Joséphine - EF edizioni

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Joséphine

“Non avevo idea che l’amore potesse fare così male… E nemmeno l’Eternità. Fino a quando non ho dovuto rinunciare a lei… Non posso vivere con lei, né senza di lei. Ma posso vivere di lei e per lei! Mi limiterò a cercarla negli occhi di ogni donna, a guardarla, a toccarla, ad averla almeno una volta per ogni volta che mi sarà concesso di incontrarla. Lei dimenticherà tutto. Si dimenticherà di me e di avermi incontrato. E’ meglio così. Per lei. Le impedisce di soffrire…
Quanto soffra io, invece, non ha alcuna importanza. Ho tutta l’eternità per guarire le mie ferite”.
Christophe
 

VENEZIA, oggi.
Christophe si portò il calice alle labbra. Il liquido rosso gli lambì la gola. Caldo. Corposo. Francese.
Niente riusciva a riportarlo a casa come quel vino dal profumo intenso…

Fermo davanti alla finestra spalancata, socchiuse le palpebre inspirando l’aria salmastra, poi scivolò con lo sguardo lungo il canale e il silenzioso incedere delle gondole sottili. Imbruniva…
«Entra.» acconsentì senza voltarsi e prima che Diego, il suo attendente spagnolo, iniziasse a bussare.
Dopo un attimo di esitazione, la porta damascata alle sue spalle si aprì e sulla soglia si affacciò una figura abbronzata.
Diego abbozzò un sorriso, domandandosi quando e se si sarebbe mai abituato a Christophe e alle sue peculiarità.
«Ho ritirato le maschere per stasera» riferì, rivolgendosi direttamente alle larghe spalle del giovane padrone, che ancora si attardava con lo sguardo lungo il canale, affascinato dal riverbero dell’acqua al tramonto.
«Premura inutile» commentò Christophe voltandosi. «Niente caccia, stasera» lo informò, le ciglia chiare a filtrare e stemperare uno sguardo troppo duro per quei suoi begli occhi turchesi.
Diego inspirò con disappunto. Ma prima di parlare, si concesse una manciata di secondi. Sogguardò l’elegante figura che gli stava di fronte, i capelli biondi legati sul collo, i tratti marcati, le labbra serrate. E quell’abbigliamento dal taglio smaccatamente settecentesco. Un vezzo al quale il francese non voleva proprio rinunciare.
Dissimulò una smorfia, pensando che Christophe avrebbe fatto molto meglio a dimenticare l’epoca che gli aveva dato i natali, cullandolo negli agi dell’aristocrazia fino al compimento dei venticinque anni. Lui, in fondo, l’aveva fatto e questo gli aveva evitato drammi e dolori inutili. Ma gli era stato facile dimenticare il villaggio fatiscente nel quale era cresciuto senza una famiglia a prendersi cura di lui. Christophe, ora, era la sua famiglia. La sua unica famiglia…
«Non l’avrei mai detto» sogghignò infine. «Il tuo abbigliamento mi lasciava ben sperare» lo schernì, sottolineando quelle parole con un ampio gesto della mano che intendeva ricordare al suo padrone come fosse vestito.
Christophe decise di sorvolare sull’impertinenza di Diego così come spesso sorvolava sui suoi atteggiamenti troppo informali.
«Non ho fame» disse, sperando di chiudere il discorso.
Ma Diego, con lo slancio tipico delle sue origini ispaniche, non sembrava dello stesso avviso.
«Dovrai pur nutrirti» protestò, infatti. «E’ passato molto tempo dall’ultima volta, Christophe… Devi nutrirti»
Christophe gli lanciò un’occhiata severa. Poi riportò lo sguardo oltre la finestra. Inspirò l’odore salmastro mescolato ad un leggero sentore di alghe e di muffa. La serata si preannunciava splendida per Venezia. Peccato che a lui la cosa non importasse.
L’insistenza di Diego lo infastidiva. Possibile che non avesse ancora imparato dove e quando fermarsi, quello sciocco di uno spagnolo?
L’attendente tornò alla carica.
«Ci sarà tutta la Loggia, stasera…» continuò. «E tutti si aspettano di vederti. La congregazione veneziana è molto numerosa…»
Lasciò la frase in sospeso, come una sottile minaccia che il francese non avrebbe potuto ignorare.
Al pensiero dell’ennesima soiret, Christophe serrò la mascella. Una ridda di immagini nauseabonde si riversò nella sua testa. Sempre le stesse. Sempre lo stesso copione. Non era mai cambiato nei secoli e non sarebbe cambiato quella sera.
Splendida carne esposta come sui banchi di un mercato. Profumo e olezzo che si mescolavano, dando origine a un odore raccapricciante, per chi non lo trovasse eccitante. Risa, musica e tante, troppe parole, prima dell’atto finale. Una farsa… Un’illusione alimentata dalla sua gente a uso e consumo dei mortali.
Avrebbe potuto rinunciare… ma il Consiglio non glielo avrebbe permesso, oppure perdonato. Era necessario che fosse presente. Eccitato o disgustato, non faceva alcuna differenza. Rifiutarsi, invece, equivaleva opporsi ai Sette…
«Dovresti dare un’occhiata alle maschere» propose Diego, continuando a pungolarlo sull’argomento. «Saranno le più belle della festa! » gongolò.
Esasperato, Christophe inspirò profondamente, prima di voltarsi di nuovo a guardarlo. Indugiò in silenzio sui tratti mediterranei di quel giovane uomo che all’apparenza sembrava avere nemmeno trent’anni, poco più di lui. Alto, snello, decisamente accattivante… Si chiese se non sarebbe stato meglio liberarsi di lui, di quell’ ombra saccente e fastidiosa che lo seguiva ovunque andasse. Forse aveva fatto uno sbaglio, assumendolo.
Sollevò impercettibilmente un sopracciglio. A dire il vero, lo aveva letteralmente vinto in duello. Strappandolo alla furia di un alto ufficiale americano che lo avrebbe sicuramente ucciso, se non fosse intervenuto.
Lo aveva vinto. Lo aveva curato. Lo aveva fatto suo schiavo… Condividendo con lui un segreto che lo accompagnava da più di duecento anni.
Leale, forte e decisamente protettivo, Diego gli voleva bene.
Christophe sospirò indulgente, scacciando ogni altro pensiero.

***


La gola secca, l’aria che si faceva pesante. Pungente come una manciata di spilli.
«Sono in ritardo?» domandò una bella ragazza bruna al gondoliere, un uomo secco e dalla pelle bruciata dal sole, rintanato in una cappa scura. L’unico rimasto attraccato al pontile.
L’uomo rispose con un semplice cenno del capo, indicando la lunga scia di gondole e lucerne. Una processione silenziosa che serpeggiava occhieggiando sulla laguna. Allungò una mano; pretese di vedere l’invito. Poi, soddisfatto, aiutò la ragazza a salire a bordo e lasciò che la sottile l’imbarcazione venisse lentamente inghiottita dalle spire umide della notte.
Seduta dalla parte opposta al gondoliere, Bianca raccolse l’ingombrante gonna rosso rubino affinché non si bagnasse. Legò più saldamente il mantello attorno al collo e si accertò che la piccola maschera di trina nera aderisse perfettamente al volto accaldato. Infine, sospirò.
Un intenso formicolio le solleticava la pelle, laddove la stoffa dell’abito e del domino la lasciavano scoperta, in balia della brezza. Il battito accelerato del cuore faceva male, martellandole i polsi e le tempie. Palpitando nell’incavo del collo, tra le clavicole. A disagio, cercò di distrarsi spingendo lo sguardo oltre la propria imbarcazione, sulle briccole e le paline, oscuri Caronte che segnavano il cammino a quelle anime dannate.
Un risolino divertito le increspò le labbra, mentre gli occhi, ormai assuefatti al buio della notte, coglievano le sagome dei misteriosi ospiti imbarcati in coppia o in piccoli gruppi sulle gondole che le sfilavano accanto. Ciascuno ammantato dal proprio domino di seta, l’identità celata da una maschera.
Miti e leggende si rincorrevano tra calli e canali. Nutrivano l’immaginazione. Accendevano paure e speranze in adulti e bambini… Che male poteva esserci nell’alimentare quelle seducenti dicerie?
La Congrega del Filo Rosso non faceva che questo: divertire uomini e donne, annoiati e privi di stimoli, alimentando in loro l’illusione del mistico e del sovrannaturale. E quella sera, per una serie di fortunate coincidenze, anche lei avrebbe potuto assecondare una passione che l’affascinava fin da bambina.
Bianca sorrise e infilò istintivamente una mano nella borsetta, a sfiorare il cartoncino cremisi che le avrebbe aperto le porte di quella soiret… Ma quando l’austero profilo di Ca’ Porpora si specchiò sul pelo dell’acqua, illuminato al suo interno da luci abbacinanti, il riso le morì sulle labbra, soffocato dall’intensità di un’emozione che non era certa di comprendere fino in fondo.
All’attracco, le gambe cedettero sotto il peso dell’esitazione, mentre il vecchio gondoliere l’aiutava a scendere.
Lo guardò e questi accennò alla casa. Implacabile. Precludendogli ogni alternativa.
Bianca allora afferrò le gonne, inspirò dalle narici a labbra serrate e si unì agli ospiti che si riversavano sul pontile, tra risolini e battute piccanti.
Aveva fatto carte false per essere lì, quella sera. Accaparrandosi un invito che non le apparteneva. Spacciandosi per chi non era. Eludendo gli sguardi e i controlli, perché ancora troppo giovane. Le soiret erano riservate a chi avesse già compiuto i ventun’anni, era noto, e Bianca ne aveva appena diciannove. L’indisposizione di una sorella, una distrazione, e quel biglietto era finito nelle sue mani. Il pensiero di quel piccolo imbroglio la portò ad arricciare le labbra, mentre un sottile senso di vergogna le imporporava il petto che l’abito, di foggia settecentesca in linea con il tema della festa, lasciava ampiamente scoperto. Sollevò la testa, ancora incappucciata, inspirò e lasciò che quel nutrito capannello ciarliero la scortasse direttamente all’interno della villa.
Quell’invito, in fondo, sarebbe andato sprecato…

***


Bianca varcò la soglia. I suoi occhi di un castano ardente si fecero largo tra la folla. Le sue guance si infiammarono. Il caldo eccessivo e l’eccitazione generale saturavano l’aria del maestoso salone rendendola irrespirabile.  Accaldata, nonostante si fosse finalmente liberata del domino ingombrante,  sfiorò il profilo della maschera come un uomo avrebbe fatto con il nodo della cravatta, ma la disattenzione di un ospite, urtandola inavvertitamente, gliela strappò. Un’esclamazione sorda. La sensazione improvvisa di essere nuda. Poi dita tremanti, che riprendevano il controllo, e la necessità impellente di celare di nuovo la propria identità che, pensò solo in un secondo momento, nessuno comunque conosceva…
Ma prima che quel gioco sottile di trine potesse frapporsi tra loro, due occhi turchesi la colsero, accesi dallo stupore, togliendole il fiato.
Le labbra di Christophe si serrarono in una smorfia di doloroso languore.
Le sue narici si allargarono, in uno spasmo involontario ma istintivo. Mentre un formicolio sempre più esigente gli inebriava le gengive pulsanti.
Lei! Mugolò.
Inaspettatamente, lei
A pochi passi dal francese, Diego percepì la tensione. L’eccitazione di Christophe era palpabile. Conosceva quella particolare vibrazione della sua anima. Quella struggente pulsione selvatica... Non poteva sbagliare.
Istintivamente si guardò attorno, convinto di poterla riconoscere. Certo che lei fosse tornata...
E quando la vide, splendida nel suo abito color rubino, non poté fare a meno di sorridere. Un sorriso sollevato e al contempo amaro.
«Bon appetit…» mormorò in francese, a fior di labbra. Poi, si dileguò tra la gente.
Deciso a non cedere, non subito, lusingato dalla deliziosa percezione di quel che sarebbe accaduto, Christophe rimase languidamente in disparte.
Osservò quella ragazza, trovandola bella. La assaporò, seguendo ogni suo gesto o movimento. La corteggiò, solleticandola con lo sguardo. Filtrandola attraverso le ciglia chiare, intrappolandola nelle spire delle proprie iridi turchesi. Infine, la condusse a sé, ammaliandola senza trucchi né illusioni. Perché con lei non sarebbero serviti.
E quando la ebbe dinnanzi, sorpresa e disorientata per quanto le stava accadendo, la respirò e il suo profumo lo stordì, inebriandolo. Ne divorò l’essenza, quella vera, la sua. Avvertendo in bocca il suo sapore ancestrale. Ne condivise il respiro e il battito del cuore. E infine la colse, attirandola a sé. Acuendo la pressione della mano alla base della schiena affinché lo sentisse e si facesse arrendevole.
Sei qui… pensò senza distogliere lo sguardo dai suoi occhi di fuoco.
Sei tu? Domandò in un tacito lamento.
Bianca si lasciò cogliere da quell’abbraccio sconosciuto. Temendolo e al tempo stesso desiderandolo come non le era mai successo di desiderare altro nella vita. Se non l’essere lì, quella sera. Un desiderio urgente, sciocco e incomprensibile, ma che trovava ora la sua misteriosa risposta. Possibile che fosse lì per lui? Possibile che sapesse in anticipo del loro incontro? Che lo sentisse sulla pelle come sulla pelle ora sentiva il suo sguardo ardente?
Accennò istintivamente un sorriso, sorprendendosi subito dopo. Percorse ogni dettaglio di quel volto giovane e attraente, sentendolo sempre più familiare. Certa, tuttavia, di non conoscerlo affatto. Cosa le stava accadendo?
Attorno a loro, al loro abbraccio perfetto, un baccanale irriverente. Satiri e ninfe. L’atmosfera satura di un’ eccitazione febbrile, volgare. Una cocente delusione, pensò, se non fosse stato per quell’incontro inatteso. Per quello sconosciuto che senza schiudere le labbra, comunicava direttamente con la sua anima.
Christophe percepì che il momento era giunto.
Le voci degli uomini, arrochite dal desiderio, e quelle delle donne, fattesi garrule e un po’ sciocche, erano il segnale. A breve sarebbe iniziato quello che poteva definirsi un rituale macabro e barbaro. Un tributo concordato che non infrangeva alcuna regola o morale perché erano loro, le vittime, a volerlo. A pretenderlo. Asservite a un fanatismo che sembrava non avere né limiti né regole. Un gregge di fedeli curiosi. Desiderosi di sapere, vivere e assoggettarsi a una genia alla quale lui stesso apparteneva ma che reputava, a tratti, deplorevole. Accadeva a Venezia, a Firenze, a Parigi… E non era diverso nel Nuovo Mondo.
Alle prime luci dell’alba, nuovi adepti avrebbero infoltito le schiere della Stirpe. Gli altri, i sopravvissuti, sarebbero tornati a casa esausti e frastornati. Incapaci di ricordare lucidamente. Ebbri di una serata che avrebbero raccontato al limite della trasgressione.
Folli! Pensò Christophe, incapace di comprendere il fascino che quelli come lui esercitavano sulla gente comune. Non senza costrizioni, almeno…
Strinse gli occhi, sollevò il mento, dominando Bianca con la propria figura.
Lei avvertì l’intensificarsi della sua stretta e non si oppose quando venne sospinta oltre la porta che dal salone principale conduceva a un piccolo studio dalle pareti rivestite di stoffa arabescata.
Lontano! pensò Christophe, Lontano da quel che sta per succedere…
Non avrebbe permesso che qualcosa sporcasse il suo momento perfetto.
Lei no, mormorò a labbra serrate. Lei andava preservata. Protetta. Amata. Come solo lui era in grado di amare. Da sempre.
«Joséphine…» gli sfuggì. La voce roca, tremula, non dissimile a quelle che aveva chiuso oltre le porte dello studio, ma mai così lontana perché vibrante di un amore profondo. Sincero.
Bianca si scostò leggermente. Aggrottò la fronte. Dilatò le pupille.
«Io non…»
Christophe le impose il silenzio. Senza una parola, un gesto. Bastò uno sguardo, gli occhi febbrili, rivelatori di uno stato di estrema eccitazione. Le maschere abbandonate su un divanetto a due posti.
Bianca abbassò le palpebre e le ciglia scure velarono lo sguardo. Quando lo riportò su di lui, Christophe si ritrovò nei suoi occhi e di nuovo, senza una parola, se la strinse addosso. Più forte. Ancora più forte. I seni di lei che premevano, elevandosi morbidi, contro il suo petto.
Affondò le mani tra i suoi capelli folti e scuri, le labbra sulle sue, avido ed esigente, cogliendola impreparata, sorpresa, quasi irritata. Poi, cedevole. Deliziosamente arrendevole.
Touché… mugolò, sconfitto.
E l’avrebbe rimpianto.
L’avrebbe rimpianto ancora e ancora una volta… Come tutte le volte.
Ma non quella sera. Non in quel momento. Non adesso…
Quella sera, per la prima e per l’ennesima volta, Josephine sarebbe stata sua!


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