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Promo Malvagico

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PROLOGO
 
Molto tempo era trascorso da quando i primi esseri umani avevano scoperto il Passaggio per il Mondo Parallelo e lo avevano attraversato.
Molte cose erano cambiate da allora e molti avevano seguito l'esempio di quei primi esploratori stabilendosi a loro volta in quel mondo. Costoro erano uomini saggi che onoravano la Madre Terra e conoscevano la Magia delle Rune, grazie alle quali avevano individuato il Passaggio.
Essi s’integrarono perfettamente con gli esseri magici che popolavano quel mondo. Ci fu armonia, intesa e le differenze contribuirono ad arricchire entrambe le razze.
Fu quindi naturale che con il trascorrere del tempo nascessero figli di sangue misto.
I MezzoSangue erano benvoluti e rispettati da tutti poiché riunivano in sé il meglio delle due razze.
Furono tempi di pace e prosperità, ma non erano destinati a durare.
Altri esseri umani trovarono il Passaggio. Purtroppo si trattava di guerrieri feroci, crudeli, capeggiati da un essere malvagio assetato di sangue e di conquista, indegno conoscitore delle Rune, che invase quel mondo pacifico portando distruzione e devastazione ovunque.
Gli esseri magici totalmente impreparati alla violenza, subirono brutalità e abusi di ogni tipo la cui conseguenza fu la nascita di una nuova stirpe di sangue misto che avrebbe sconvolto l’armonia e gli equilibri esistenti tra le razze e creato un baratro di pregiudizi e incomprensioni così profondo da risultare incolmabile.
Costoro furono chiamati Malvagici[1] e furono la classica goccia che fece traboccare il vaso.
Gli esseri magici reagirono.
Si riunirono in Gran Consiglio ed elessero i Guardiani a propria difesa e protezione.
Essi furono scelti tra i migliori combattenti della razza magica e il primo compito loro affidato fu proprio quello di punire i responsabili di tali violenze.
I Guardiani si armarono, unirono le proprie forze come mai avevano fatto prima di allora e si scagliarono contro gli invasori, sconfiggendoli.
Dopo averli ricacciati nel loro mondo, pronunciarono un potente incantesimo con il quale chiusero il Passaggio.
Molto tempo dopo e solo in certe particolari occasioni esso si sarebbe brevemente riaperto.
Ma se anche gli invasori erano stati cacciati via qualcosa di loro era rimasto: il frutto della violenza perpetrata ai danni della razza magica, quegli esseri di sangue misto temuti da tutti poiché in grado di risvegliare la  Bestia.
Così invece di cercare Iiisodàar, l’antico Richiamo della Sentinella, l’unica in grado di controllare la Bestia risvegliata, misteriosamente scomparso, si decise di usare la forza per neutralizzare la minaccia che i Malvagici rappresentavano.
La sentenza fu dunque pronunciata: colpevoli!
… e la condanna stabilita: la morte.
Nessuno doveva restare in vita. Nessuno doveva essere risparmiato.
Furono nuovamente convocati i Guardiani per svolgere tale gravoso compito.
Non fu facile identificare i Malvagici poiché, essendo fisicamente indistinguibili dall’una o dall’altra razza, bisognava attendere l’inizio della Mutazione per poterli individuare. E la Mutazione avveniva con tempi e modi diversi per ognuno di loro.
Solo in quel momento i Guardiani potevano dare inizio alla Caccia.
Ci volle molto tempo, ma furono trovati uno ad uno e alla fine non si sentì più parlare di loro.
Per gli esseri umani quelli furono tempi bui.
Coloro che decisero di rimanere comunque in quel mondo, per paura di ritorsioni si rinchiusero in piccoli villaggi protetti da alte mura al cui interno gli esseri magici furono banditi.
Passò molto tempo prima che gli esseri umani uscissero dai propri ghetti per esplorare nuovamente il mondo esterno, ma quando lo fecero, si tennero ben lontani dagli esseri magici.
Non furono più stipulate alleanze né tanto meno unioni tra le due diverse razze.
Anche se la diffidenza oramai regnava sovrana si cercò almeno di vivere in pacifica convivenza.
Questo nuovo Equilibrio si spezzò nel momento stesso in cui qualcuno, per sete di vendetta e di potere, tentò di far rinascere la razza dei Malvagici.
Fu in questo periodo che nacque Adam_O’[2].


CAPITOLO 1 - L’AGGRESSIONE

La magia NON faceva parte della sua vita.
Essa apparteneva alla razza magica, a Fate, Elfi, Gnomi, Folletti e Mutaforma, oppure ad animali magici come gli Unicorni Alati, i Gufi Bianchi e nel lontano passato i Draghi.
Così era e così sarebbe sempre stato.
Lui, Adam, era invece uno sgraziato, goffo e per certi aspetti persino buffo, giovane appartenente alla razza umana.
Era uno scavezzacollo come lo riesce a essere solo un ragazzo che non è ancora uomo, ma neppure più bambino.
Tutto in lui strideva dai lunghi capelli (a ciocche nere come la tenebra più profonda e oro come la luce più luminosa) fino ai piedi (quello destro più lungo di quello sinistro).
Gli occhi erano il suo pezzo forte. Bellissimi, intensi, profondi… se solo fossero appartenuti a due persone diverse! Uno era nero, insondabile, profondo come un pozzo senza fine, mentre l’altro era oro puro brillante, così luminoso da risultare difficile il solo fissarlo.
Le braccia erano una più muscolosa dell’altra e le mani una più grande dell’altra. Di tutta la sua persona solo le gambe risultavano essere uguali, della stessa lunghezza e proporzione.
Come se tutto ciò non bastasse era così alto da non poter passare in alcun modo inosservato.
In chiunque lo incrociasse per strada procurava l’assurda sensazione di vedere due persone imprigionate in una sola.
Adam si sentiva diverso dai suoi coetanei e non solo per aspetto fisico. La sua diversità aveva avuto inizio nel momento stesso in cui era nato, nato e morto nel medesimo istante. Il suo cuore, infatti, aveva cessato di battere non appena aveva abbandonato il grembo protettivo di sua madre.
Ancora adesso non riusciva a spiegarsi perché il suo cuore avesse ripreso all’improvviso la sua folle corsa verso la vita.
Ma mentre lui viveva sua madre moriva e tale perdita lo aveva profondamente segnato, facendolo soffrire di un dolore profondo, un dolore mitigato solo in parte dall’amore di Fiona e Sirio che crescendolo come figlio proprio lo avevano colmato di un affetto sincero.
Della madre che lo aveva messo al mondo Adam conosceva solo il nome: Era.
Finora, infatti, tutte le domande su di lei erano state eluse.
Ogni cosa a suo tempo! Dicevano sempre Fiona e Sirio e a lui non restava altra cosa da fare se non pazientare.
Adam viveva nella verde periferia d’una piccola città, Asomar, in una casa costruita al di fuori delle alte mura protettive del ghetto degli uomini dove, però, si recava ogni Ciclo del Sole per lavorare come apprendista presso la fucina del fabbro e questo perché la scuola, da un certo livello in poi, era di fatto preclusa a chi non appartenesse alla razza magica.
Quella era solo una delle tante cose interdette alla razza umana, tollerata e guardata con diffidenza a causa dei gravi fatti accaduti nel passato.
Adam però non si rammaricava troppo di non aver potuto proseguire gli studi poiché pensava di non esservi portato. Tutto l’opposto accadeva invece con il suo apprendistato. Da sempre, infatti, aveva sentito la necessità di usare le mani, per creare, modellare, forgiare la materia al proprio volere. Lo faceva star bene, si sentiva utile e realizzato e il suo lavoro era molto apprezzato.
Come ogni Ciclo del Sole Adam si era alzato molto presto, pronto a recarsi alla fucina per imparare cose nuove, per mettersi alla prova e dimostrare di essere il migliore tra gli apprendisti del fabbro. Sapeva di avere la forza e le capacità necessarie per riuscirci e alla fine dell’apprendistato avrebbe aperto una fucina tutta sua, a questo pensava Adam mentre attraversava i verdi campi fioriti ancora bagnati di rugiada che circondavano la sua casa e si perdevano all’orizzonte.
Stranamente quel Ciclo del Sole si sentiva inquieto e non sapeva darsi una spiegazione razionale. Dopotutto quello era un Ciclo come tanti altri, come lo era stato il precedente e come lo sarebbe stato quello successivo, ma nonostante queste considerazioni la sua irrequietezza non se ne andò, anzi, lo perseguitò per tutto il Ciclo del Sole fino a quando non venne il momento di far ritorno a casa.
Quando Adam uscì dalla fucina si rese conto d’aver fatto più tardi del solito, ma non aveva modo di avvisare Fiona e Sirio del suo ritardo.
Pazienza! si disse, sapendo che sarebbe stato sicuramente rimproverato.
Fiona non voleva assolutamente che lui girasse da solo al crepuscolo. Era sempre stata molto apprensiva nei suoi confronti.
A passo spedito Adam attraversò le strade deserte e male illuminate del ghetto degli uomini osservando distrattamente i negozi già chiusi.
All’inizio non prestò attenzione al rumore di passi alle proprie spalle. Non aveva motivo di pensare che qualcuno lo stesse seguendo.
Aveva da poco lasciato il ghetto quando finalmente si accorse d’essere seguito e stava per girarsi, più incuriosito che spaventato, quando fu raggiunto dal primo violento colpo alla schiena che gli mozzò il respiro in gola.
Subito dopo fu tramortito da un forte colpo alla nuca che lo lasciò totalmente in balia dei suoi aggressori.
L’ultimo pensiero cosciente di Adam fu chiedersi il perché di quella aggressione, poi il buio più assoluto lo reclamò a sé.
Cos’è successo? si chiese quando finalmente riprese i sensi.

Non lo sapeva. Non capiva.
Tentò di aprire gli occhi, ma erano così gonfi che riuscì a stento a socchiuderli.
«Finalmente ti sei svegliato» disse una voce sconosciuta.
Adam si volse verso quella voce, ma non riuscì a distinguere bene i contorni del volto di colui che aveva appena parlato.
«Devi aver combinato un grosso guaio per ricevere una lezione del genere!» esclamò la stessa voce accompagnata questa volta dal tocco di mani gentili che lo tastarono per appurare se avesse o no qualche osso rotto.
«Non ho la più pallida idea del perché di questa aggressione» rispose a fatica Adam con una voce gracchiante irriconoscibile alle sue stesse orecchie.
Tentò di mettersi seduto, ma i capogiri lo fecero subito desistere.
«Ottimo» biascicò «Sono steso a terra, non riesco ad alzarmi senza aiuto e non vedo che ombre confuse attorno a me. Una situazione quasi perfetta» ironizzò.
«Non lamentarti ragazzo, perché sei stato molto fortunato. Il mio arrivo è stato provvidenziale. Devo aver messo in fuga i tuoi aggressori perché non c’era più nessuno quando sono arrivato io… o forse pensavano d’averti già ammazzato. In effetti a vederti sembravi più morto che vivo. A proposito il mio nome è Nero_O’ e per tua fortuna sono un guaritore. Forza, adesso appoggiati a me che ti aiuto ad alzarti così potrò portarti a casa mia per curare le tue ferite. Non sembra esserci nulla di rotto, ma è meglio controllare bene.»
Detto ciò lo aiutò con molta cautela ad alzarsi, poi lo sostenne e lentamente si misero in cammino.
Quattro giovani se ne stavano nascosti poco distanti, riparati dalla folta vegetazione e osservavano impotenti la scena davanti a loro con rabbia crescente.
«Per il sangue del Drago! Dovevamo finirlo con i pugnali!» sbottò il più alto dei quattro conosciuto da tutti come lo Smilzo per l’eccessiva magrezza del suo corpo.
«Stava arrivando qualcuno, Smilzo. Lo sai bene che non potevamo correre il rischio d’essere visti» gli ricordò Testa Rossa chiamato così per il colore acceso dei suoi capelli.
«E adesso cosa facciamo?» chiese il più piccolo del gruppo soprannominato il Basso.
«Ritenteremo» rispose risoluto lo Smilzo «Lui non era preparato, non si aspettava il nostro attacco. Non si è difeso. Lo avete visto, no?»
«Questo è vero, ma la prossima volta potrebbe non essere così» considerò Testa Rossa.
«No, sono d’accordo con lo Smilzo. Dubito che la prossima volta sarà preparato.»
A parlare era stato Naso Grosso, chiamato così a causa della grossa protuberanza che faceva bella mostra di sé al centro del viso.
I loro veri nomi erano segreti e nessuno conosceva quello dei compagni, ma solo il soprannome affibbiato.
Tra certi Guardiani, infatti, era d’uso mantenere segreti sia il proprio nome che l’Elemento di appartenenza.
Dopo una breve riflessione lo Smilzo disse «Sì, sono sicuro che non sospetta nulla. Non si aspetta un altro attacco da parte nostra. Ritenteremo quando sarà nuovamente solo» detto ciò fece cenno agli altri di seguirlo.


CAPITOLO 2 - L’INCUBO

Tutto era iniziato per gioco, per sconfiggere la noia di giornate un po’ tutte uguali, senza le avventure cui invece la sua giovane vita anelava. Per caso Ev aveva scoperto l’esistenza del suo corpo astrale, i suoi segreti, i suoi misteri.
All’inizio si era trattato solo di uno svago innocente, via via però si era tramutato in qualcosa di diverso, pericoloso senza che lei, purtroppo, se ne accorgesse in tempo.
La prima volta che Ev era riuscita a separarsi dal proprio corpo aveva provato una gioia incontenibile, smisurata.
Non l’aveva raccontato a nessuno, ovviamente, perché una cosa era leggere certe notizie in Internet, un’altra sperimentarle sulla propria pelle e annunciare poi d’aver imparato a volare, anche se solo con il corpo astrale.
Il primo viaggio astrale l’aveva compiuto recandosi in posti conosciuti, vicino a casa e poi via via che si sentiva più sicura aveva scelto destinazioni sempre più lontane, luoghi di cui alle volte conosceva solo il nome o la posizione geografica.
Nulla però l’aveva assolutamente preparata a ciò che avvenne quella notte: l’inizio del suo peggior incubo o della sua più grande avventura.
Per tutto il giorno era stata irritabile e fastidiosa con chiunque le capitasse sotto tiro. Era impaziente di riprovare l’ebbrezza che le procurava il viaggio, ma per sicurezza aveva deciso di attendere la notte per intraprenderlo. Per poco, infatti, il giorno prima non era stata scoperta da suo fratello e non si sentiva ancora pronta a dare spiegazioni.
Le ore passarono più lente del solito, come in un film al rallentatore.
Venne la sera ed Ev, subito dopo cena adducendo la scusa dell’interrogazione del giorno dopo, poté finalmente rinchiudersi in camera sua. Spense la luce, ma tenne aperte le imposte della finestra per permettere alla luna piena di illuminare la stanza.
Con il cuore che batteva forte per l’emozione si stese sul letto poi diede via al rituale, liberando la mente da ogni pensiero e preoccupazione.
Lentamente sentì il corpo rilassarsi, le membra perdere di consistenza fino ad avere la sensazione di fluttuare.
Era pronta.
Lasciò il suo corpo fisico per iniziare una nuova avventura. Aveva una meta ben precisa in mente e voleva raggiungerla quanto prima; così si allontanò dai luoghi conosciuti e vi si diresse decisa.
Non capì mai cosa avvenne, cosa fosse andato storto, ma alla fine del viaggio decisamente non si trovò dove voleva essere.
Non riconosceva nulla di ciò che stava vedendo e all’improvviso un’inquietudine mai provata prima mescolata ad una forte sensazione di pericolo la fecero tremare da capo a piedi.
Doveva andar via il più in fretta possibile, decise. Non sapeva perché, ma sentiva istintivamente che quel posto era sbagliato.
All’improvviso si sentì afferrare da qualcosa che le artigliò i fianchi bloccandola in una morsa dolorosa.
L’istante successivo dei denti aguzzi affondavano nell’incavo sensibile tra spalla e collo.
Sconvolta si dibatté nel vano tentativo di liberarsi.
Che cosa sta succedendo? si chiese terrorizzata.
Quello che doveva essere un viaggio come tutti gli altri si stava rivelando un vero e proprio incubo.
Le forze stavano per abbandonarla quando, inaspettatamente, l’essere si staccò da lei. Furioso, la scaraventò a terra e si allontanò con una velocità impressionante scomparendo nelle tenebre.
Sconvolta e dolorante Ev rimase a terra completamente svuotata d’ogni energia, consapevole solo d’aver corso un rischio mortale.
Chi era, o meglio, cos’era quell’essere mostruoso? Dove era capitata?
Chiuse forte gli occhi e si concentrò per ritornare subito a casa.
Per quella notte ne aveva abbastanza di viaggi e di avventure.
Ev si svegliò esausta. Aveva dormito malissimo a causa di quel terribile incubo.
Perché era un incubo! si disse.
Scattò in piedi e corse in bagno piazzandosi davanti allo specchio.
Il suo sguardo si puntò subito sul collo e sgranò gli occhi incredula alla vista del segno rosso sulla pelle.
Non era molto profondo e a dire il vero non le faceva male, ma c’era e la sua presenza confermava che non si era trattato di un brutto incubo, ma di una spaventosa realtà.
Ev rientrò frettolosamente in camera e prese dal cassetto una sciarpa di seta bianca, il suo colore preferito, con cui si fasciò il collo poi si diresse in cucina per far colazione.
Come ogni mattina trovò sua madre ai fornelli.
Un forte odore di caffè e dolci appena sfornati aleggiava nell’aria e suo fratello minore, di solo un anno come non mancava mai di sottolineare lui, si stava già abbuffando di biscotti.
Tutto era normale, quotidiano, si stupì Ev guardandosi attorno con occhi nuovi, consapevoli.
E’ proprio vero, se stai per perdere qualcosa ti rendi immediatamente conto del suo valore, si disse.
Sua madre vedendola le porse sorridendo la colazione: una bella tazza di caffelatte caldo con tanta panna.
«Sei preoccupata per l’interrogazione?» le chiese.
«Un po’» rispose Ev anche se in realtà l’interrogazione era l’ultima delle sue preoccupazioni, ma serviva a giustificare le ombre scure sotto i suoi occhi.
Sua madre le sorrise e disse «Non preoccuparti piccola, è solo un’interrogazione e tu hai studiato.»
«Ti voglio bene, mamma!» esclamò Ev di getto.
Sua madre la fissò sorpresa. Da un po’ di tempo, infatti, sua figlia non glielo diceva più e ciò rendeva quella dichiarazione spontanea ancora più preziosa.
«Anch’io ti voglio bene Ev!» le rispose abbracciandola forte.
Suo fratello, dal suo posto a tavola, sbuffò. Non aveva mai sopportato le smancerie.
Sua madre sorridendo andò da lui e gli scompigliò affettuosamente i capelli dicendo «Voglio bene anche a te, sai?»
Lui le rispose con una specie di grugnito.
«Lascialo perdere mamma, è il solito orso intrattabile!» esclamò Ev ridendo forte.
Finì velocemente di far colazione poi si preparò per andare a scuola.
La vita continua, dopotutto! pensò tra sé uscendo di casa.
Adam si svegliò e faticosamente aprì gli occhi.
Era tutto pesto e non c’era un solo muscolo del corpo che non gli dolesse in modo atroce.
All’improvviso i ricordi lo sommersero e cancellarono le reminiscenze dell’incubo avuto. Un incubo che lo stava perseguitando oramai da troppo tempo.
Perché ciclo dopo ciclo sognava quel mostro? Che cosa voleva dire quel sogno?
Erano domande a cui non sapeva dare una risposta.
Un rumore proveniente dalla stanza attigua gli ricordò dove si trovava. Non a casa sua bensì in quella del guaritore che lo aveva soccorso.
Nero, così si era presentato, era un personaggio a dir poco singolare, rifletté Adam.
Era alto e grosso come un armadio, con una folta criniera di capelli bianchi e una altrettanto folta barba bianca e possedeva un’agilità inaspettata per un uomo della sua mole.
Materializzandosi nella stanza quasi fosse stato chiamato, il guaritore venne a controllare le condizioni di salute del giovane.
Trovandolo sveglio gli disse «Tra un po’ arriveranno i tuoi genitori per riportarti a casa, Adam. Mentre dormivi li ho avvisati che ti trovavi qui e loro hanno deciso di venirti a prendere subito. Per fortuna non hai nulla di rotto. Sei stato veramente fortunato.»
«Già!» rispose Adam «Anche se continuo a chiedermi il perché di questa aggressione. Non ha senso! Posso solo pensare che si siano sbagliati e abbia pagato io al posto di qualcun altro.»
Poco dopo arrivarono Fiona e Sirio tutti trafelati.
Adam non li aveva mai visti così preoccupati; d’altronde era la prima volta che gli succedeva una cosa del genere.
Nero non volle accettare nulla in cambio del suo aiuto e anzi insistette per tenerlo ancora un po’ sotto osservazione, ma Fiona e Sirio furono irremovibili.
Cautamente Adam fu quindi issato sul carro e preso congedo da Nero si allontanarono prendendo la via di casa.
Per un bel po’ nessuno parlò, neppure Fiona, cosa davvero insolita per lei.
Da quando era arrivata aveva scambiato solo poche parole con Nero per ringraziarlo del suo aiuto e per chiedergli informazioni sull’aggressione poi non aveva detto più nulla.
All’improvviso ruppe il silenzio per dire «Dobbiamo assolutamente cambiare città! Questo non è più un posto sicuro per Adam.»
«Perché?» chiese lui stupito, ma non ottenne alcuna risposta.
«Pensi sia veramente necessario?» chiese Sirio.
«Direi di sì» rispose lei «Hai visto cosa è successo, no?»
Sirio divenne se possibile ancor più pensieroso e cupo di prima. Non ebbe neppure il tempo di risponderle né Adam di chiedere nuovamente spiegazioni che un boato assordante li paralizzò: il ponte che stavano attraversando esplose e schegge di legno schizzarono ovunque.
Il loro carro fu investito in pieno dall’esplosione.
Un dolore intenso, paralizzante, fu l’ultima sensazione che provò Adam e la consapevolezza improvvisa che non si trattasse di uno scambio di persona, ma che qualcuno voleva colpire proprio lui e lo voleva morto, fu l’ultimo pensiero cosciente che attraversò la sua mente prima che le tenebre e il dolore lo avvolgessero nelle loro spire senza fine.



[1] Chiamati così poiché racchiudevano in sé il peggio delle due razze: la malvagità dell’uomo e la magia al suo servizio. A causa della violenza nel concepimento in questi mezzosangue si sarebbe scatenata la Mutazione e con essa il temuto risveglio della Bestia.
[2] Nome derivante da Adamo, il primo uomo. O’ indica la sua appartenenza alla razza umana di sesso maschile.


CAPITOLO 3 - Lòar_il SAGGIO

Una testa canuta era china sulla pergamena. Da un po’ fissava quel nobile foglio indeciso se annotare o no ciò che aveva appena visto, ma poi la sua mano iniziò a scrivere quasi fosse dotata di volontà propria.
Ho percepito di nuovo il suo dolore, forte, vibrante e la sua rabbia crescere e nutrirsi di esso, ma a differenza di tutte le altre volte in cui captavo anche la sua disperata richiesta di aiuto, oggi lui tace, sconfitto. Non può arrendersi così, non ora. Devo fare qualcosa prima che sia perduto per sempre. Io non posso andare da lui, ma forse posso fare in modo che lui venga da me. Deve avere almeno una possibilità di salvezza, l’ho promesso a sua madre in punto di morte.
Stanco, appoggiò la mano sul tavolo e alzando bruscamente il capo fissò con due occhi azzurro ghiaccio le fiamme che si stavano spegnendo nel braciere e l’acqua, ora trasparente e limpida, che aveva utilizzato per richiamare la visione.
Non deve soccombere alla Bestia altrimenti la Caccia avrà sicuramente inizio e per lui sarà la fine… pensò il Saggio.
Accantonando per il momento tali preoccupazioni chiamò telepaticamente il suo messaggero, nonché braccio destro, Abe.
Dalla finestra aperta apparve un grande Gufo Bianco. Gli occhi di color verde carico pieni di una saggezza senza tempo, lo fissarono in attesa che parlasse.
«Ho bisogno di te, Abe.»
Il Saggio udì nella mente la risposta del Gufo Bianco «Dimmi Lòar, in cosa ti posso aiutare?»
«Dovresti chiedere a tuo figlio Aè se è disposto a raggiungere Adam per condurlo qui.»
«Gliene parlerò, però sai che non può essere forzato ad accettare.»
«Lo so bene, ma devo fare almeno un tentativo.»
«E’ giusto. Aè è giovane e sempre alla ricerca di nuove avventure» ragionò il Gufo Bianco «Potrebbe anche accettare ed essendo entrambi giovani forse riusciranno a creare un legame tra loro.»
«In effetti è ciò che spero. Adam ha proprio bisogno della guida e dei consigli di un Gufo Bianco.»
«Farò tutto ciò che posso per convincere Aè, ma la decisione finale spetta a lui. Questo è tutto ciò che posso prometterti.»
«E’ già abbastanza, amico mio. Te ne sarò sempre debitore. Grazie.»
«Di nulla, Lòar. Se va tutto come spero manderò qui mio figlio affinché tu possa parlare con lui» detto ciò, senza perdere tempo, il grande Gufo Bianco spiegò le sue ali poderose e volò via.
Lòar lo guardò sparire all’orizzonte e con la mente gli inviò un ultimo ringraziamento.
Nel medesimo stesso istante, in un altro luogo, un messaggero stava partendo per consegnare una nefasta missiva.
Una voce concitata lo stava chiamando scuotendolo dall’oblio in cui era precipitato.
«Apri gli occhi, ragazzo!»
Solo a una persona apparteneva quella voce così burbera, pensò Adam rifiutando di obbedire a quel comando.
«Forza, apri gli occhi!»
C’era urgenza ora nel suo tono di voce.
«Perché non mi lasci in pace» sussurrò Adam con tono spento.
«Dobbiamo andare via di qui subito! Ma mi devi aiutare Adam. Forza, apri gli occhi!»
Finalmente dopo tanta insistenza Adam li aprì e mise a fuoco il volto di Nero chino su di lui.
«Non appena ho sentito il boato sono corso qui. Ho fatto prima che ho potuto, ma a causa dell’esplosione del ponte non è stato facile raggiungerti» gli spiegò Nero.
«Dove sono Fiona e Sirio?» chiese Adam preoccupato.
«Per tuo padre non c’era più nulla da fare. Era già morto quando l’ho raggiunto. Mi dispiace Adam.»
«E Fiona?»
«Tua madre sta morendo. Non posso fare nulla per alleviare le sue sofferenze se non portarti da lei, come mi ha chiesto. Ora preparati perché tenterò di sollevare queste assi di legno e tu dovrai trascinarti fuori da lì sotto. Mi hai capito ragazzo?»
Solo in quel momento Adam si accorse di essere bloccato sotto i resti del carro.
Fece un cenno affermativo con il capo e non appena Nero riuscì a sollevare le grosse assi che lo imprigionavano si trascinò fuori.
Nero lo raggiunse subito e lo aiutò ad alzarsi.
Adam era bagnato e stava battendo i denti dal freddo. Con l’esplosione del ponte, infatti, il carro era precipitato nel fiume sottostante. Si era salvato solo per un caso fortuito, ma in quel momento non riusciva proprio a rallegrarsene.
Nero lo avvolse in una coperta calda poi lo aiutò a raggiungere il luogo dove giaceva Fiona.
«Adam» lo chiamò lei con un bisbiglio appena percettibile non appena lo vide «Devi fuggire via… lontano… dove non ti possano trovare… speravo che potessi essere pronto… ma non c’è più tempo… per spiegarti…»
Nero tentò di farla riposare un po’, ma lei si oppose sapendo che non aveva ancora molto tempo a disposizione «Devi… cercare… Fertilia…»
Fiona morì senza poter aggiungere altro.
«Fiona! Fiona! Rispondi! Noo! Non puoi lasciarmi anche tu!»
Il grido si mescolò ai singhiozzi e alla fine Adam, esausto, svenne.
 «Povero ragazzo ne hai passate veramente troppe. Farò il possibile per guarire le tue ferite e tenerti al sicuro, ma purtroppo questo è tutto ciò che posso fare. La forza di superare tutto questo dolore la dovrai cercare dentro di te.»


CAPITOLO 4 - EV_A’

31 dicembre 1999. Trieste. Era un giorno speciale, unico. Conteneva in sé tutta la magia della fine e del principio. Un millennio stava finendo e uno nuovo era già alle porte.
Previsioni di tempi oscuri e catastrofi imminenti si erano susseguite nei giorni e mesi precedenti, ma ora che si era arrivati al dunque, tutto taceva.
E’ una fine d’anno come tante altre! tentava di convincersi Ev anche se dentro di sé sentiva che c’era dell’altro ed era in attesa.
Quella mattina si era svegliata molto presto e la casa era ancora silenziosa. I suoi genitori e suo fratello stavano ancora dormendo perché quella sera sarebbero andati in piazza a festeggiare il Capodanno e sicuramente avrebbero fatto tardi.
Ev abitava in una casa a due piani circondata da un piccolo giardino un po’ incolto in una zona che le ricordava tanto Montmartre, a Parigi.
Ma decisamente non viveva a Parigi. La sua era anzi una piccola città, tutto un sali-scendi di vie strette e scorci pittoreschi sul mare che avevano ispirato più d’un poeta.
A differenza di tanti suoi coetanei a lei piaceva molto la sua città, forse perché se la sentiva addosso come un maglione comodo e confortevole.
Riscossasi da tali pensieri si recò in cucina per prepararsi una buona tazza di caffè. Nell’aria aleggiava ancora il profumo dei biscotti allo zenzero e cannella fatti dalla mamma la sera prima.
Con gesti sicuri si preparò il caffè, poi si sedette pensierosa sulla panca a sorseggiarlo lentamente.
Ev era una bella ragazza di tredici anni con grandi occhi d’un blu profondo, un colore così scuro da apparire alle volte quasi nero, labbra piene a forma di cuore e un sorriso aperto, luminoso che le illuminava il volto dai lineamenti regolari.
Era allegra, solare e attraeva a sé sia ragazzi che ragazze. Era quindi sempre circondata da tanti amici e quella sera, in via del tutto eccezionale, aveva avuto il permesso di recarsi a casa di alcuni di loro per festeggiare il Capodanno.
Però nel corso della giornata Ev aveva deciso diversamente. Non sapeva spiegarselo, ma sentiva che doveva rimanere a casa.
Così aveva mentito a tutti, ai suoi genitori e agli amici, in modo da poter rimanere da sola.
Ed ora dopo una giornata frenetica si trovava nel soggiorno di casa sua in preda a delle sensazioni, a delle premonizioni, che non riusciva bene a capire.
L’orologio a pendolo iniziò a scandire i suoi dodici rintocchi.
Ev era stesa sul divano in attesa di qualcosa e fissava senza vederle le fiamme nel caminetto.
All’improvviso tutto le fu chiaro e mentre il dodicesimo rintocco si perdeva nel silenzio della casa Ev intraprese il suo viaggio, una nuova avventura, verso luoghi ignoti.
Questa volta però non fu solo il suo corpo astrale a librarsi bensì tutta se stessa.
Aveva inconsapevolmente trovato il Passaggio e lo stava attraversando.
Nel silenzio del soggiorno, mentre l’orologio continuava a scandire il tempo con il suo lieve ticchettio, il fuoco scoppiettava allegramente nel camino illuminando debolmente la stanza vuota.
 
Era di nuovo lì in agguato pronto a ghermirlo, ad avvolgerlo tra le sue spire senza dargli tregua, annientando così un po’ alla volta tutta la sua umanità fino a farlo impazzire: era il suo peggior incubo, compagno oramai di tanti cicli di dolore.
E ciclo dopo ciclo tornava a perseguitarlo.
Vagava, famelico, senza sosta. La fame chiedeva di venir saziata, la sete di venir placata.
Doveva cacciare per alleviare quella sofferenza infinita. Fiutò l’aria e trovò finalmente la preda che cercava.
Si avventò implacabile su di essa senza darle scampo. La preda si dibatté solo pochi istanti, inutilmente, poi si arrese.
Allora si abbeverò del sangue caldo della sua vittima e alla fine un grido ferale squarciò il silenzio di quel Ciclo delle Lune Gemelle.
Sazio, si ritirò nelle tenebre da dove era venuto.

Adam non riusciva a svegliarsi, a scacciare l’incubo dalla propria mente, ad aprire gli occhi per cancellare quelle immagini così agghiaccianti e reali.
Quando lo stato di torpore finalmente lasciò il suo corpo Adam fu invaso da ondate di dolore violento e con esse tornò prepotente il ricordo della morte di Fiona e Sirio.
Coloro che lo avevano amato e cresciuto come un figlio ora non c’erano più. Lui era solo.
Fece appena in tempo a raggiungere la stanza attigua che fu scosso da forti conati di vomito.
A fatica ritornò a letto dove si accasciò esausto in dormiveglia.
Più tardi Adam sentì che gli veniva posta una pezzuola fredda sulla fronte e la voce rassicurante di Nero sussurrare «Non aver fretta di svegliarti ragazzo. Lascia che questo torpore allontani ancora un po’ la tua sofferenza. Poi parleremo. Ma per ora pensa solo a riposare. Solo così potrai guarire in fretta.»
Quelle parole ebbero l’effetto d’un balsamo sulle piaghe aperte del suo dolore. Il suo corpo, fino a quel momento rigido, si rilassò e finalmente dormì d’un sonno senza sogni.
Quando si risvegliò il sole era già sorto e il suo calore gli riscaldava la pelle.
Restò per un attimo immobile, poi aprì gli occhi e si guardò attorno riconoscendo la stanza che l’ospitava.
Nero si era addormentato sulla sedia accanto al suo letto e la testa dalla folta criniera bianca gli ciondolava sul petto. Un lieve russare lo scuoteva piano.
All’improvviso, quasi avesse percepito che Adam si era svegliato, Nero aprì di scatto gli occhi e fissò con sguardo penetrante il volto del ragazzo, scrutando ogni particolare, ogni emozione in esso riflessa.
«Come ti senti?» gli chiese con quel suo tono di voce burbero.
Adam in tutta onestà non sapeva cosa rispondere e così, scrollando il capo, tacque.
«Hai dormito per tanto di quel tempo che ancora un po’ le ragnatele ti ricoprivano!» scherzò Nero, ma poi tornato serio gli disse «Sembrava quasi che non volessi svegliarti mai più. Qui c’era solo il guscio vuoto del tuo corpo, tu eri altrove. Poi per fortuna sei ritornato e ne sono veramente felice!»
«In effetti è così che mi sento» mormorò Adam «Un guscio vuoto privo di un qualsiasi altro tipo d’emozione che non sia l’odio verso i responsabili dell’uccisione di Fiona e Sirio.»
«Vedrai Adam, con il passare dei cicli questo dolore si attenuerà. E’ normale sentirsi così dopo tutto quello che hai passato, ma non devi permettere all’odio e alla rabbia che giustamente provi ora di avvelenarti l’intera esistenza. Certo, la perdita che hai subito ti ha inferto un colpo durissimo, ma tu devi farti forza e andare avanti. Lo devi a te stesso, ma lo devi soprattutto a tuo padre e tua madre. Loro hanno fatto di tutto per proteggerti e per loro devi vivere!» concluse Nero con fervore.
«Hai ragione, Nero. Loro volevano sicuramente che vivessi.»
«Esattamente! Ma ora basta parlare. Tu riposati, io nel frattempo vado a preparare qualcosa di caldo da mangiare. Per guarire ti devi rimettere in forze e il modo migliore per farlo è nutrirsi con cibi sostanziosi.»
«In effetti adesso che ci penso ho fame» si meravigliò Adam.
«Vedi che ho ragione? Vado allora!»
Adam lo sentì trafficare nell’altra stanza e non molto tempo dopo lo vide ritornare reggendo tra le mani una grossa ciotola ricolma di zuppa fumante.
Porgendogliela Nero gli raccomandò «Mangia lentamente Adam e stai attento che la zuppa è bollente!»
Quando il primo cucchiaio di zuppa gli scese in gola Adam fece fatica ad inghiottirlo. Si sentiva ancora la gola serrata.
«E’ normale» lo tranquillizzò Nero vedendolo in difficoltà con il cibo «Ma ti devi sforzare e vedrai che dopo aver mangiato ti sentirai meglio. Fidati!»

Ci volle quasi mezzo periodo prima che Adam si sentisse abbastanza bene da alzarsi dal letto per fare una breve passeggiata nel giardino davanti la casa. E ci volle altrettanto tempo prima che le sue ferite fossero in via di guarigione.
Per tutta la convalescenza Adam non lasciò mai la casa di Nero o il giardino che la circondava se non per brevi passeggiate e non ebbe mai il permesso (era troppo pericoloso farlo!) di recarsi sulla collina dove erano state erette tre tombe: quella di Fiona, quella di Sirio e la sua.
La tomba vuota con la lapide che riportava inciso il suo nome era stata un’idea di Nero. Di fronte alla perplessità di Adam, Nero gli aveva spiegato che quella era una precauzione indispensabile per proteggerlo da ulteriori aggressioni soprattutto ora che era ancora convalescente.
Adam in cuor suo sapeva che quello stratagemma non avrebbe ingannato i suoi aguzzini.
Sicuramente erano nascosti là fuori da qualche parte, in agguato, pronti a colpirlo di nuovo. Nulla li avrebbe fermati se non la sua morte.
Ma per Adam quella tomba era vera, reale poiché in essa c’era sepolta una parte importante di sé, una parte morta assieme a coloro che lo avevano cresciuto e amato: il suo cuore.


CAPITOLO 5 - IL PASSAGGIO

La prima Runa che apparve fu quella del Passaggio.
Quel segno magico, vivido e brillante comparve non appena ebbe oltrepassato il varco tra i due mondi, ma Ev non se ne accorse.
Accecata da una luce abbagliante che le impediva di distinguere qualsiasi forma o contorno davanti a sé, Ev avanzò lentamente lungo il tunnel di luce.
Quando lo ebbe attraversato tutto il bagliore si attenuò e lei si ritrovò dinnanzi ad un paesaggio d’incantata bellezza che la lasciò per un lungo istante senza fiato.
«Dove sono finita questa volta?» si chiese stupefatta.
«Nel mio mondo.»
Ev sentì un lieve soffio d’aria fresca sul volto e pensò d’aver immaginato quel sussurro, ma poi la voce melodiosa parlò di nuovo.
«Ti stavo aspettando.»
«Chi sei? Fatti vedere!»
Si guardò attorno, ma non vide altro se non la vegetazione circostante.
«Il mio nome è Aura e sono una Fata della Terra.»
All’improvviso colei che aveva parlato le apparve dinanzi: si trattava di una creatura alata alta non più d’un pollice. Era così piccola, agile e flessuosa da lasciare Ev letteralmente a bocca aperta.
La Fata, perché di una fata si trattava, possedeva un viso dai tratti quasi infantili e un corpo d’un caldo marrone dorato interamente ricoperto di segni. Quei disegni sembravano essere antichi quanto il mondo stesso.
Con lo sbattere continuo delle ali lucenti ella creava mille scintille brillanti attorno a sé.
Ev scrutò la Fata con viva curiosità: in vita sua non aveva mai visto nulla di altrettanto bello.
«Perché hai detto che mi stavi aspettando?» chiese incuriosita ritrovando la parola.
«Perché è così. Sono stata io a chiamarti non appena si è aperto il Passaggio tra i nostri mondi.»
«E perché lo hai fatto?»
«Perché ho bisogno del tuo aiuto per portare in salvo qualcuno» rispose la  Fata.
«Cosa vuol dire tutto ciò?» chiese Ev abbracciando con lo sguardo il paesaggio circostante. «Io non dovrei essere qui, non così perlomeno» aggiunse indicando il proprio corpo.
«Hai ragione, ma è stato necessario agire così perché la tua sola essenza astrale non bastava. Inoltre sarebbe stato troppo pericoloso lasciarti a lungo separata dal tuo corpo» le rispose la Fata «Ora se mi dai un po’ di tempo cercherò di spiegarti perché ti ho chiamata qui.»
«Penso di non avere altre alternative.»
«No, non è così!» esclamò la Fata «Ancora per pochi istanti il Passaggio alle tue spalle rimarrà aperto. Se pensi di non potermi aiutare o se non te la senti di correre alcuni rischi allora sei libera di ritornare al tuo mondo. Io spero di no, ma non posso fare nulla per fermarti.»
«Perché me lo dici allora?»
«Perché è giusto. La tua deve essere una scelta spontanea, non imposta da me. Io posso solo chiedere il tuo aiuto e sperare che accetti. Non posso e soprattutto non voglio costringerti in alcun modo.»
Ev fissò per alcuni istanti il Passaggio alle proprie spalle: era come un lungo tunnel alla cui estremità poteva a fatica scorgere il soggiorno di casa sua. Poi guardò la  Fata negli occhi e vide aspettativa e speranza brillare in essi.
Ripensò allora al proprio bisogno d’avventura, a dove l’aveva condotta e chiese «Ma potrò ritornare a casa?»
«Sì» rispose la Fata «Non subito, ma potrai farlo. Bisognerà infatti aspettare la prossima apertura del Passaggio.»
«Allora accetto di aiutarti.»
«Grazie…»
«Il mio nome è Ev.»
«Il mio lo sai già, è Aura.»
Per un po’ nessuna delle due parlò, fu la Fata a rompere per prima il silenzio «Sai Ev, una volta non era così. C’è stato un tempo in cui il Passaggio era sempre aperto e i nostri mondi comunicavano. In quei tempi lontani alcuni abitanti del tuo mondo si trasferirono qui e questo divenne anche il loro mondo, ma poi tutto è cambiato ed ora il Passaggio tra i nostri mondi si riapre solo in certe occasioni.»
«Come mai si è aperto proprio ora?» chiese Ev incuriosita.
«Perché si è in presenza di un momento magico, quello che da inizio al cambiamento. E’ solo in queste occasioni che ora si riapre brevemente il Passaggio.»
«Il passaggio tra il vecchio e il nuovo anno quindi!»
«Esatto, proprio così. Come ti dicevo prima Ev, ho bisogno del tuo aiuto per mettere in salvo qualcuno, un ragazzo che avrà più o meno i tuoi stessi periodi di vita.»
«I miei cosa?»
«I tuoi stessi Cicli della Natura» rispose Aura, ma vedendo che Ev continuava a non capire aggiunse «Circa tredici, quattordici Cicli della Natura.»
«Ah! Intendi dire la mia stessa età? Tredici anni.»
Aura rifletté un momento poi rispose «Direi di sì. Vedi Ev, la razza magica non tiene il conto esatto dei vari Cicli della Natura trascorsi, questa è un’usanza della razza umana.»
«Ah!» esclamò Ev stupita. «E questo ragazzo da salvare?» chiese poi tornando al motivo della sua venuta in quel mondo.
«Riguardo a lui posso solo dirti che è in grave pericolo perché i Guardiani lo cercano per ucciderlo» le rispose Aura.
«Ma è terribile! Cosa può aver fatto di così tremendo per meritarsi la morte? E chi sono i Guardiani?»
«Devi sapere, Ev, che colui che voglio salvare è l’ultimo appartenente della razza dei Malvagici. Questa è la sua colpa, la sua condanna. Come posso spiegarti…»
Aura rifletté un attimo poi riprese a parlare «Molto tempo fa essi sconvolsero gli equilibri esistenti tra la razza magica e quella umana. Il Gran Consiglio li condannò a morte e inviò i Guardiani ad eseguire la condanna. Questo perché temevano le forze e il caos che avrebbero potuto scatenare…»
«Ma se è così potenzialmente pericoloso, perché lo vuoi aiutare?» chiese Ev non capendo.
«Perché non mi sembra giusto tutto ciò! Perché bisogna dargli almeno una possibilità di salvezza.»
«E quale possibilità avrebbe?»
«L’esilio. Dovrebbe cioè ritornare nel mondo da cui giunsero i suoi antenati. Il tuo mondo Ev… ed è proprio per fare ciò che ho bisogno del tuo aiuto.»
«Ma come posso portarlo con me se può rivelarsi così pericoloso?»
«Ev, la magia non governa il tuo mondo e poiché il potere di un Malvagico è strettamente legato ad essa lì dovrebbe essere al sicuro. Inoltre… tu potrai fargli da guida.»
«Non penso di essere in grado di fare ciò che mi chiedi, Aura.»
«Io penso di sì. Tu sei la scelta giusta, ne sono convinta, altrimenti non avresti risposto alla mia richiesta d’aiuto e non saresti qui ora. Devi avere fiducia nelle tue capacità, Ev.»
«Se guidato potrebbe cambiare e salvarsi?»
«Sì, penso proprio di sì. Ma non qui purtroppo. Qui non ha alcuna possibilità di salvezza. I Guardiani non lo permetteranno mai. Non possono e soprattutto non vogliono correre questo rischio.»
«Ma non è giusto! Ad ognuno di noi dovrebbe essere concessa almeno una possibilità.»
«La penso anch’io così ed è per questo motivo che non appena mi sono resa conto che il Passaggio si stava aprendo ho lanciato la mia richiesta d’aiuto e sperato che qualcuno la raccogliesse. Purtroppo non ho il potere di cambiare ciò che è stato deciso ed è per questo motivo che non vedo altra salvezza per lui se non l’esilio, doloroso sì, ma indispensabile.»
«Sai qualcosa di più di questo ragazzo, qualcosa che mi possa aiutare a comprenderlo meglio?» chiese a quel punto Ev.
«Non molto di più di quello che ti ho appena raccontato. Ma so che dobbiamo trovarlo al più presto, prima che lo trovino i Guardiani.»
«Sai almeno dove cercarlo?»
«So dove abitava. Possiamo iniziare da lì. E magari se siamo fortunate troveremo qualche indizio…»
«Andiamo allora, non perdiamo altro tempo… dopotutto cercavo un po’ d’avventura nella mia vita ed eccomi accontentata!»
«Non ti pentirai dell’aiuto che mi dai, Ev, te lo prometto! Farò tutto ciò che posso per portare te e Adam al sicuro.»
«Adam?» chiese Ev con tono interrogativo «Che coincidenza!»
Aura la fissò senza capire ed Ev le spiegò che nel suo mondo Adam era il nome dato al primo uomo mentre il suo quello dato alla prima donna.
«Penso sia molto più di una semplice coincidenza, Ev.»
«La tua storia mi sembra ancora pazzesca, Aura. Il solo fatto di trovarmi qui con te è incredibile!»
«Lo immagino, ma vedrai che ti abituerai presto al mio mondo, molto prima di quanto pensi.»
«Aura, un’ultima domanda. Se i Guardiani si accorgono che stai cercando di aiutare Adam, cosa può succedere?»
«Ciò non deve accadere! I Guardiani non sono teneri con i trasgressori.»
«Penso d’aver capito cosa intendi dire. Non ho altre domande… per ora.»
«Vieni Ev, sarai stanca. Attraversare il Passaggio porta sempre via tanta energia. Se ora mi segui ti condurrò in un posto tranquillo dove potrai riposare un po’.»


CAPITOLO 6 - LA LETTERA

Un nuovo Ciclo delle Lune Gemelle era giunto e come nei cicli precedenti Adam sentì il freddo sudario, intessuto dalla trama dei suoi incubi, stringersi attorno a lui in una morsa terribile.
All’improvviso una forza sovrumana gli si sviluppò dentro e premette furiosa per liberarsi.
Con essa arrivò il bisogno primordiale di cacciare, di braccare le prede, di uccidere. Una fame terribile lo invase, crebbe rapidamente senza che lui riuscisse in qualche modo a contenerla. Doveva saziarsi.
Con un sussulto spaventato Adam si issò di scatto a sedere sul letto. Ancora una volta aveva avuto quell’incubo.
Via via che il tempo passava faceva sempre più fatica a scuotersi di dosso quel malessere e ne era spaventato a morte.
Si svegliava sempre più spesso con una forte sensazione di nausea allo stomaco, che lo faceva correre nella stanza accanto a vomitare.
All’inizio aveva pensato che tutto ciò fosse causato dal dolore per la morte violenta di Fiona e Sirio e dal senso di abbandono che ne era derivato, ma mentre con il tempo il dolore si era un po’ attenuato, il suo malessere invece di diminuire aumentava.
Doveva parlarne a Nero, non sapeva perché non l’avesse ancora fatto, ma ora l’avrebbe interpellato per conoscere il suo parere.

Il Periodo del Raccolto era oramai alle porte e Adam decise che era tempo di recarsi a casa sua per vedere se riusciva a trovare qualche indizio, qualche riferimento a colei che Fiona aveva nominato in punto di morte: Fertilia.
Così dopo averne chiesto il permesso a Nero, andò nella stalla accanto alla casa a prendere il suo cavallo.
Non aveva sella, ma lui era abituato a cavalcare a pelo, a stretto contatto con l’animale. Gli piaceva e lo faceva star bene.
Ricordava ancora la prima volta che Fiona e Sirio lo avevano visto cavalcare in quel modo: avevano tentato di dissuaderlo, ma lui non aveva voluto sentir ragioni. O così o non avrebbe cavalcato affatto.
In poco tempo era diventato veramente bravo tanto che Fiona e Sirio avevano rinunciato del tutto a rimproverarlo per quel suo modo di cavalcare.
Era una bella sensazione ritrovarsi nuovamente in groppa a quell’animale meraviglioso ed anche se il cavallo di Nero non era più giovane si vedeva che in un passato non troppo lontano era stato uno splendido esemplare della sua razza.
In breve tempo Adam coprì la distanza che lo separava da quella che aveva sempre considerato casa sua.
Fu assalito dallo sconcerto quando alla sua vista provò una sgradita sensazione di estraneità.
Qui in effetti non c’è più nulla per me, solo i ricordi, considerò mestamente.
Ma non appena si decise ad entrare in casa, alla vista di come era stata ridotta, quella sensazione fu subito sostituita da una rabbia e un dolore crescenti.
Nell’aria poteva sentire ancora l’odore delle erbe aromatiche utilizzate da Fiona per profumare le stanze.
Adam andò ad aprire le imposte socchiuse della finestra della cucina e con amarezza constatò lo scempio che era stato perpetrato.
Qualcuno aveva violato l’intimità della sua casa, dei suoi ricordi più belli, forse per cercare la stessa cosa che stava cercando lui.
Poteva solo sperare che non avessero trovato nulla.
Il caos regnava sovrano in ogni stanza e così Adam decise per prima cosa di riordinare un po’ cercando nel frattempo qualsiasi indizio gli potesse tornare utile.
Trovò la lettera quasi per caso.
Stanco e demoralizzato si era appena seduto su una sedia sgangherata della cucina quando, alzando lo sguardo, l’aveva visto: eccolo lì, proprio davanti ai suoi occhi, il nascondiglio segreto dove Fiona riponeva le cose più importanti.
Si era alzato di scatto e lo aveva raggiunto e dopo una breve ricerca aveva recuperato un plico di documenti.
Tra di essi aveva trovato una busta indirizzata a Fiona e Sirio, l’aveva presa e aperta con impazienza senza sapere bene cosa aspettarsi.
Scorgendo la firma in calce alla lettera era stato invaso da una forte eccitazione.
Forse ora qualcuna delle sue innumerevoli domande avrebbe trovato finalmente una risposta.
Adam era fermamente convinto che il motivo delle ripetute aggressioni subite era da ricercarsi nel suo passato. Solo la sua conoscenza poteva quindi aiutarlo a far luce su quel mistero.
Così, speranzoso, lesse la lettera.
Miei cari Fiona e Sirio” esordiva Fertilia “scrivo per dirvi che mi sono appena trasferita a Lagonero. Ora vivo qui, in un piccolo locale sopra il negozio dove esercito la mia professione di Maga.
Vorrei tanto rivedervi anche se mi rendo conto che potrebbe essere pericoloso, ma è passato così tanto tempo dall’ultima volta che ci siamo incontrati. Oramai il piccolo Adam sarà cresciuto e sicuramente non si ricorderà più di me. Somiglia un po’ a Era? Devo dire che lei mi manca tanto!
Con la speranza di poterci rivedere presto,
un abbraccio,
Fertilia
Adam appoggiò lentamente la lettera sul tavolo.
Da come ne parlava Fertilia doveva aver conosciuto molto bene sua madre, forse anche suo padre, di cui lui non sapeva assolutamente nulla, neppure il nome.
Non aveva mai capito per quale oscura ragione nessuno glielo avesse mai nominato né tanto meno avesse risposto alle sue domande in merito.
Se mai fosse stato possibile ora Adam era ancora più confuso di prima. Quante domande si affollavano nella sua testa! Ma perlomeno ora sapeva dove cercare Fertilia.
Certo, il Periodo del Raccolto non era il momento migliore per iniziare un viaggio, ma lui non se la sentiva di indugiare oltre.
Non poteva permettersi di aspettare fino al prossimo Periodo della Semina per partire e inoltre non voleva abusare ancora dell’ospitalità e della generosità di Nero.
Presa tale decisione Adam rilesse ancora una volta la lettera di Fertilia, poi la ripiegò con cura e la nascose sotto gli indumenti.
Lagonero era la sua prossima meta.
Non fu facile convincere Nero della necessità di partire subito, ma alla fine ci riuscì, solo però alla condizione che prendesse con sé il cavallo.
Adam non fece molte obiezioni; sapeva bene che quella cavalcatura poteva fare la differenza in un viaggio come quello che si apprestava ad intraprendere.
Forse così avrebbe raggiunto Lagonero prima che i rigori del Periodo del Grande Freddo si facessero sentire con prepotenza.
Quando finalmente fu pronto a partire il Periodo del Raccolto era oramai inoltrato.
Adam salutò con affetto l’uomo che così tanto lo aveva aiutato senza volere nulla in cambio.
Caricata sul cavallo la bisaccia contenente i viveri per il viaggio e i suoi pochi averi, montò in groppa e dopo aver dato per l’ultima volta un’occhiata alle tre tombe allineate lassù sulla collina, si apprestò a partire.


CAPITOLO 7 - LE RUNE MAGICHE

Non è mai facile intraprendere una ricerca quando si hanno poche tracce da seguire, ma Aura era abile a scovare qualsiasi segno o impronta che Adam potesse aver lasciato sul terreno.
E quando come in quel momento non trovava nulla, allora ricorreva all’aiuto delle Rune magiche affinché dalla loro interpretazione potesse trarre indicazioni sulla strada da seguire.
L’utilizzo delle Rune magiche era una prerogativa quasi esclusiva delle Fate della Terra, così spiegò Aura a Ev quando quest’ultima esternò il proprio stupore nel vedere la Fata tracciare nell’aria quei segni magici per richiamarli a sé.
Alla loro vista Ev provò uno strano formicolio in tutto il corpo e fu assalita da un’assurda sensazione di familiarità che la lasciò stupefatta.
Aura dopo un’attenta valutazione delle Rune indicò la via da intraprendere ed Ev la seguì in silenzio, pensierosa. Per distrarsi spostò la propria attenzione sul paesaggio circostante.
Non si era ancora abituata alla vista di quei spazi aperti dove lo sguardo vagava senza incontrare alcun tipo di costruzione umana, ad una natura così rigogliosa da dar pace e serenità al solo vederla e ad una luminosità così intensa da far quasi male agli occhi.
Stavano percorrendo da un po’ uno stretto sentiero di terra battuta che si snodava attraverso la campagna senza aver ancora incontrato anima viva, quando Ev ruppe il silenzio «Aura, questo tuo mondo sembra disabitato. Non ho visto nessuno all’infuori di te, neppure un animale. Dove sono finiti tutti?»
«Si stanno nascondendo, Ev. Ti stanno osservando e valutando. Vogliono capire se rappresenti o no una minaccia. Non ti conoscono e quindi non si fidano. Ma stai tranquilla, non appena avranno capito che non rappresenti un pericolo, si faranno vedere.»
«Sarei proprio curiosa di vedere uno di loro!»
«Vedrai che non tarderanno ad uscire allo scoperto. Anche loro sono curiosi proprio come te.»
Ed infatti non appena Aura ebbe finito di parlare un grazioso uccellino dai colori sgargianti uscì dal proprio nascondiglio e iniziò a svolazzare attorno a Ev.
«Oh che bello, Aura! E che magnifici colori!»
«Grazie!» le giunse in risposta il pensiero dell’uccellino che poco dopo, perso ogni interesse per lei, volò via.
Ev lo fissò a bocca aperta sparire all’orizzonte.
«Questo mondo è molto diverso dal tuo, più di quanto non possa apparire ad una prima occhiata. Qui ogni cosa ha una voce, sta a te scegliere se ascoltarla oppure ignorarla.»
«Lo terrò bene a mente, te l’assicuro!»
Aura annuì poi le disse «Se vuoi ora possiamo riposarci un po’. Sarai stanca immagino.»
«Per la verità più affamata che stanca» rispose Ev sentendo il proprio stomaco brontolare.
«Allora prima cercheremo qualcosa da mangiare.»
«E dove?» chiese Ev guardandosi intorno.
«Vedi quel cespuglio laggiù? E’ pieno di bacche mature» rispose Aura indicando un cespuglio che lei non aveva ancora notato.
«Se ricordo bene hanno un gusto simile alle vostre more selvatiche» aggiunse.
«E tu come fai a conoscere le nostre more? Sei forse stata nel mio mondo?»
«Sì, un paio di volte, ma è passato molto tempo dall’ultima volta che ho attraversato il Passaggio. Farlo richiede un gran dispendio d’energia, come ti sarai accorta anche tu, inoltre rappresenta sempre un’incognita. I nostri mondi sono legati tra loro da un filo invisibile, ma ciò che uno da l’altro toglie e viceversa. Non dimenticarlo mai!»
Ev la fissò con sguardo interrogativo. Le era oscuro il senso di quelle parole.
«Non ho capito quasi nulla di ciò che hai detto, Aura» ammise.
«Lo capirai con il tempo, vedrai.» Aura non diede altre spiegazioni.
Ev non insistette. Raggiunto il cespuglio di bacche se ne riempì la bocca con una bella manciata ed esclamò stupita «Avevi ragione! Queste bacche mi ricordano proprio le more. Sono veramente deliziose. Tu non le mangi?» chiese vedendo che Aura non si avvicinava.
«Forse sono un po’ troppo grandi per te» aggiunse confrontando le dimensioni delle bacche con quelle della Fata. «Aspetta, ne prendo una e te ne do un pezzetto alla volta.»
«Grazie Ev, ma non serve. Ti ricordi che in questo mondo non tutto è come sembra? Beh! Io non faccio eccezione» rispose Aura.
Detto ciò iniziò a crescere davanti agli occhi allibiti di Ev, fino a diventare leggermente più alta di lei, che non si poteva certo definire piccola.
«Quando devo passare inosservata o mi devo spostare velocemente mi rimpicciolisco» spiegò anticipando la domanda di Ev «Altrimenti questo è il mio aspetto usuale.»
«Quante altre sorprese mi riserverai, Aura?»
«Forse ancora una o due, chi lo sa. Ma niente di preoccupante, Ev, tranquilla!» esclamò Aura vedendo l’espressione del suo viso.
«Perché hai aspettato tanto prima di tornare così?» le chiese Ev.
«Per darti il tempo di abituarti a tutte queste novità. Immaginavi che le Fate avessero un certo aspetto e io ti ho assecondato per un po’.»
«E come lo sapevi?»
«Perché è una caratteristica comune a molti.»
«Manchiamo, come dire, di fantasia?»
«Un po’!»
«E le tue ali dove sono finite?» chiese Ev, notando solo in quel momento la loro assenza.
«Quando sono così le ali non mi servono e quindi non ci sono» le rispose Aura sorridendo.
Subito dopo fece compagnia a Ev addentando anche lei una grossa bacca scura.
Per un po’ nessuna delle due parlò, erano troppo impegnate per farlo. Solo quando si furono saziate Aura osservando il sole disse «Tra poco qui farà veramente caldo. Conviene cercare un riparo e aspettare che il sole scaldi di meno prima di metterci in cammino.»
«Siamo quindi in estate?»
Aura rifletté un attimo poi annuì.
«Vedi Ev, se nel tuo mondo si è in quello che voi chiamate inverno, qui si è in estate
«E’ una questione d’equilibri dunque!»
«Esatto.»
Detto ciò, dopo aver raccolto una bella manciata di bacche, si trovarono un rifugio per ripararsi dalla calura del sole alto nel cielo.
Stavano riposando da un po’ quando Ev spinta dalla curiosità chiese ad Aura «Le Fate sono tutte come te?»
«In che senso?»
«Così fatte, con le ali, le Rune magiche sul corpo e tutto il resto.»
«Ho capito. No, dipende.»
«Da cosa?»
«Essenzialmente dall’Elemento che le caratterizza. Io per esempio sono una Fata della Terra» spiegò «poi ci sono le Fate dell’Acqua, le Fate dell’Aria e quelle del Fuoco.»
«Del Fuoco?»
«Sì. Esse governano il Fuoco, è il loro Elemento. Come qualsiasi altro essere magico anche le Fate hanno un proprio Elemento caratterizzante. Chi l’Acqua, chi l’Aria, chi la  Terra e chi appunto il Fuoco.»
«E tu, come Fata della Terra, cosa fai?»
«Io sono in totale simbiosi con la Terra e con la Natura che mi circonda. Ci sono Fate della Terra che prediligono le Pianure o le Alte Montagne oppure le Colline. Io sono una Fata del Bosco. Il Bosco è il mio ambiente naturale dove trovo tutto ciò che mi serve per vivere.»
«E le Rune magiche?» chiese Ev.
«Le Rune magiche sono strettamente connesse alla Terra ed è per questo motivo che posso evocarle e utilizzarle in caso di bisogno.»
«Mentre le altre Fate?»
«Le Fate dell’Aria sono in contatto telepatico con ogni creatura alata esistente, sia essa magica oppure no. Le Fate del Fuoco, come ti ho detto prima, controllano e governano il fuoco ed infine le
Fate dell’Acqua hanno il controllo di tutte le fonti d’acqua esistenti. Ne traggono vita e sostentamento. Le Fate dell’Acqua possono vivere sulle sponde di ruscelli tranquilli, tra le onde di torrenti impetuosi, oppure nelle profondità dei mari.»
«Da cosa dipende il colore della tua pelle, Aura?» chiese Ev incuriosita.
«Esso è legato al mio Elemento. E’ il colore della mia terra natia e può variare dall’ambrato al marrone scuro, ma contraddistingue sempre una Fata della Terra.»
«E le altre Fate allora?»
«Le Fate dell’Acqua hanno la pelle d’un colore che varia dall’azzurro chiaro al blu più profondo e sotto pelle puoi vedere l’incessante movimento dell’Acqua. Le Fate dell’Aria invece hanno una pelle quasi trasparente, diafana e sono incorporee come le nuvole. Infine le Fate del Fuoco hanno la pelle d’un rosso acceso. Guardarle è come vedere le fiamme che danzano. E’ uno spettacolo magnifico e terrificante al tempo stesso. Anche il loro carattere ricorda il Fuoco. Basta un nonnulla, infatti, per farle infuriare.»
«Questo mondo è affascinante!» esclamò Ev entusiasta.
«Già, ma può essere anche crudele. Non dimenticarlo mai» l’ammonì Aura.
«Lo terrò a mente.»
«Bene. Possiamo riprendere il nostro cammino. Fa meno caldo ora.»
«Andiamo allora» rispose Ev alzandosi.


CAPITOLO 8 - AE’, FIGLIO DI ABE

Non sapeva cosa pensare, cosa aspettarsi. Non sapeva se, o quando, sarebbe arrivato. Fu quindi immensamente sollevato quando al crepuscolo vide atterrare sul davanzale della finestra Aè, il figlio di Abe.
Lo accolse con gioia e riconoscenza.
«Grazie per essere venuto, Aè.» gli disse Lòar salutandolo «Ti ringrazio fin d’ora per questo.»
«Saluti a te, Saggio Lòar» gli giunse in risposta il pensiero di Aè «Sono venuto qui per rispetto verso te e mio padre, ma anche per curiosità. Mio padre non mi ha detto perché hai bisogno del mio aiuto.»
«Il motivo è serio» esordì Lòar «Si tratta d’aiutare mio nipote Adam, sangue del mio sangue…»
Fece una breve pausa prima di riprendere a parlare «Vedi Aè, coloro che l’hanno cresciuto si sono rivelati totalmente inadatti a tale compito. Non l’hanno protetto adeguatamente né tanto meno l’hanno informato di ciò che sarebbe potuto succedere. Pensavano forse che a lui non sarebbe accaduto, ma purtroppo non si sfugge al proprio destino. Ed ora coloro che hanno cresciuto mio nipote sono morti e lui vaga da solo chissà dove. Sangue di Drago!» sbottò Lòar sfogandosi «Non doveva accadere tutto ciò! Avevo promesso a sua madre in punto di morte di proteggere suo figlio. Volevo tenerlo qui con me, al riparo dal mondo, ma purtroppo mi sono lasciato convincere a lasciare Adam nelle mani di quei due incapaci.
Non dico che non gli abbiano voluto bene o che lo abbiano trattato male, semplicemente non lo hanno messo in guardia dalla minaccia che incombe su di lui e tale ignoranza può costargli la vita!»
«Di quale minaccia parli?»
Lòar sospirò brevemente prima di dire «Adam è un Malvagico.»
All’udire tali parole gli occhi di Aè si fecero molto seri e attenti.
«Lo sai bene anche tu, Aè, che il Gran Consiglio ha decretato il loro totale annientamento.» Lòar sospirò e poi aggiunse «Lui è l’ultimo della sua razza e se nessuno lo aiuta non ha speranze.»
«Un Malvagico» considerò Aè «Non pensavo che qualcuno si fosse salvato.»
«Lui è il solo infatti!»
«Non è una cosa da poco ciò che mi stai chiedendo Lòar. Aiutare un Malvagico va contro ogni legge di questo mondo.»
«Lo so Aè. Ma Adam è mio nipote e devo fare qualcosa per salvarlo. Lui ha bisogno della tua guida e dei tuoi consigli. Inoltre tu sei giovane come lui e tra giovani ci si intende meglio. Per questo motivo ho chiesto il tuo aiuto.»
«Cosa vuoi che faccia esattamente?»
«Vorrei che tu diventassi ciò che tuo padre è per me. Il suo braccio destro, il suo consigliere. E vorrei che tu lo riportassi qui, a TorreAlta. Mi rendo conto che ciò che ti chiedo è pericoloso e che lui potrebbe non accettarti o non volerti seguire e capirei se tu non te la sentissi…»
«Dicevi che Adam è un Malvagico. Mi puoi dire qualcosa di più?» lo interruppe il pensiero di Aè.
«Non molto purtroppo.» Lòar fece una breve pausa prima di proseguire «Mio nipote come ogni MezzoSangue ha sangue misto nelle vene, metà sangue di Fata e metà sangue umano. Quest’ultimo, il sangue di suo padre, è puro veleno per lui, veleno che lo sta contaminando poco alla volta, distruggendolo. La Mutazione ha avuto inizio, ma il peggio è che Adam non se n’è reso conto.»
«Nessuno lo ha messo al corrente di questo pericolo?» arrivò il pensiero stupito di Aè.
«No. Non sa nulla di ciò che è né di ciò che rischia di diventare.»
«E i Guardiani lo stanno cercando, vero?»
«Da quello che ho visto l’hanno già trovato e hanno tentato di ucciderlo, ma non ci sono riusciti. Gli è sfuggito ed ora lo stanno cercando ovunque. Non si daranno pace fino a quando non avranno portato a termine il loro compito.»
Aè rifletté a lungo assimilando tutto ciò che Lòar gli aveva appena detto.
«Posso solo prometterti che tenterò, Lòar, ma molto dipenderà da tuo nipote, se accetterà o no il mio aiuto e soprattutto se vorrà seguirmi fino qui.»
«Grazie, Aè. Sappi fin d’ora che ti sarò sempre debitore. Di qualsiasi cosa avrai mai bisogno dovrai solo chiedere.»
«Grazie, ma ora è meglio che parta. Voglio raggiungere Adam il più in fretta possibile. Sai dove si trova adesso?»
«E’ nel Territorio delle Molte Colline, questo purtroppo è tutto ciò che sono riuscito a vedere.»
«Allora mi conviene partire subito» detto ciò senza ulteriori indugi Aè spiccò il volo sparendo in breve tempo dalla vista di Lòar.

Gli alberi stavano perdendo progressivamente tutte le foglie segno questo che il Periodo del Grande Freddo era alle porte e il paesaggio, che solo fino a poco prima era stato un tripudio di colori, ora era spoglio.
Adam a quella vista si sentì invadere dalla malinconia e dalla preoccupazione: non era ancora giunto a Lagonero e per essere sinceri non aveva assolutamente idea di quanta strada avrebbe ancora dovuto percorrere.
Una cosa era osservare una mappa, un’altra calcolare correttamente i tempi e il percorso migliore per raggiungere una destinazione e lui, purtroppo, non aveva alcuna esperienza in merito.
Sentendo nitrire forte il cavallo accantonò tali preoccupazioni e si concentrò sull’animale.
Dòmino, così lo aveva chiamato lui poiché non possedeva alcun nome, aveva bisogno di riposare e di nutrirsi di biada fresca.
Lui stesso aveva bisogno di un po’ di riposo e di un bagno caldo per togliersi di dosso tutta la polvere accumulata lungo la strada.
Per far tutto ciò, però, doveva trovare una locanda o un posto di ristoro per viandanti dove fermarsi, stando ben attento a non farsi notare. L’anonimato, infatti, era la sua sola salvezza.
Per fortuna, rifletté Adam, finora aveva incontrato ben pochi esseri magici e ancora meno esseri umani lungo la strada; quello infatti non era certo il periodo migliore per viaggiare.
In quelle rare occasioni aveva abbassato gli occhi e aveva nascosto il volto ed i capelli sotto il cappuccio del mantello. Occhi e capelli, infatti, erano fin troppo riconoscibili, rappresentavano purtroppo il suo segno distintivo.
In passato più e più volte aveva tentato di tagliare o tingere i capelli, mal sopportando la loro unicità, ma si era dovuto rassegnare: nessuna tintura era mai riuscita a coprire il loro colore e nessun taglio era mai durato a lungo. Dopo pochissimo tempo, infatti, i capelli ricrescevano più lunghi di prima.
Era immerso in tali cupi pensieri quando alzando lo sguardo vide un gruppo di case poco distanti.
Dal loro stile si poteva dedurre che erano abitate da esseri umani. Non erano circondate da alte mura protettive, segno questo che indicava la loro recente edificazione.
Avvicinandosi Adam notò l’insegna di una locanda, abbassando allora il cappuccio sugli occhi, spronò il cavallo verso quella direzione.
Davanti alla porta stazionavano due uomini dalla stazza imponente, entrambi con un boccale colmo in mano e accovacciato ai loro piedi, su un logoro tappeto, c’era un grosso gatto nero.
Adam sistemò Dòmino nella stalla annessa alla locanda, dopodiché poté finalmente occuparsi delle proprie necessità.
Al suo ingresso nella locanda fu accolto da un’atmosfera densa, fumosa e benché fuori ci fosse la luce solare, questa non riusciva a penetrare all’interno.
La penombra in quel locale doveva essere una condizione perenne, considerò Adam tra sé.
Non che si lamentasse, anzi, ciò faceva decisamente al caso suo. Meno veniva notato e meno possibilità c’erano d’essere individuato dai propri aguzzini.
Dopo una rapida occhiata ai tavoli ne scelse uno appartato situato nell’angolo più buio del locale.
Si era appena seduto quando una giovane cameriera venne a chiedergli cosa desiderasse ordinare, sussurrandogli subito dopo all’orecchio che era anche disposta a fornirgli compagnia femminile casomai lo desiderasse.
Adam scosse risolutamente la testa e ordinò da mangiare.
Non aveva molte monete con sé e quelle dovevano bastare fino a Lagonero. Lì, nel caso in cui la ricerca di Fertilia si fosse rivelata più lunga del previsto, avrebbe potuto cercare lavoro presso qualche fabbro.
Stava giusto finendo di gustare il proprio pasto quando vide entrare nel locale quattro giovani.
I nuovi venuti fecero cenno all’oste di avvicinarsi e solo grazie al suo udito molto sviluppato Adam li sentì chiedere se avesse notato un forestiero da quelle parti.
L’oste rispose di no e in effetti non era stato presente al suo arrivo alla locanda, ma poi chiamò la ragazza che lo aveva servito e Adam cominciò a sentire dei brividi gelidi corrergli lungo il corpo.
Lei lo avrebbe tradito?
Prima, rifiutando la sua offerta maliziosa, poteva averla involontariamente offesa e quindi ora per vendicarsi avrebbe potuto informarli della sua presenza.
Adam era così terrorizzato che smise persino di respirare e la sua mente si svuotò d’ogni pensiero coerente.
Quella fu la sua salvezza.
«No» sentì rispondere la ragazza a quello che sembrava essere il capo.
«Non ho visto alcun forestiero… ma a pensarci bene…» aggiunse dopo una breve pausa «due cicli fa un giovane che non avevo mai visto prima mi ha chiesto indicazioni per raggiungere Roccaforte.»
Adam ascoltò stupito le sue parole. Se avesse potuto in quel momento l’avrebbe volentieri abbracciata!
Lei non solo non lo aveva tradito, ma anzi stava mandando quei tipi nella direzione opposta alla sua.
Osservò i suoi aggressori, perché era certo che fossero loro, confabulare poi li vide allontanarsi in tutta fretta.
Solo dopo che i quattro se ne furono andati via Adam tornò a respirare normalmente.
Ripensando ai loro volti, di cui ora aveva ben impressa la fisionomia, fu certo di non averli mai visti prima.
Ma allora perché lo volevano uccidere?
Non riusciva proprio a spiegarselo.
«Avrai la mia eterna gratitudine» mormorò non appena la giovane si avvicinò al suo tavolo per portare via il piatto vuoto.
«Non so per quale motivo ti cercavano e non mi interessa» rispose lei «ma quattro contro uno non mi sembra proprio giusto.»
«Grazie» rispose Adam alzandosi «Ora è meglio che vada.»
«No, aspetta un momento!» lo bloccò lei «Potrebbero essere ancora nei paraggi. Non sarebbe saggio uscire proprio ora. Ti conviene attendere ancora un po’… nel frattempo potresti approfittare per farti un bel bagno. Puzzi più del tuo cavallo!» concluse sorridendo.
«Penso che seguirò il tuo consiglio, grazie! Avete per caso un bagno pubblico qui?» chiese dopo aver pagato il pranzo.
«Sì, sei fortunato. Vieni, ti ci porto. E’ al piano superiore» detto ciò gli fece cenno di seguirla.


CAPITOLO 9 - LE TRE TOMBE

Aura ed Ev avevano trascorso tutto il Periodo del Grande Caldo e parte di quello del Raccolto cercando faticosamente ogni traccia che potesse indicar loro il nascondiglio di Adam.
Finalmente un Ciclo del Sole, avvistando una casa isolata e visibilmente abbandonata, Aura esclamò «E’ stato qui, me lo sento! Forza Ev, andiamo a vedere.»
Alla fine avevano trovato la casa dove Adam aveva vissuto o, meglio, avevano trovato ciò che ne restava: la devastazione più totale, infatti, regnava in quel luogo.
Aura ed Ev non sapevano chi potesse aver causato quello scempio, se Adam stesso per non lasciare tracce dietro di sé, o qualcun altro in cerca, come loro, d’indizi che riconducessero al ragazzo.
La casa era stata saccheggiata e abbandonata da tempo e se mai c’era stato qualcosa che poteva aiutarle nella ricerca ora di sicuro non c’era più.
Erano entrambe un po’ scoraggiate quando notarono le tre tombe allineate sulla cima della collina.
«Andiamo a vedere!» esclamò Aura con tono d’urgenza.
Quando le ebbero raggiunte trovarono un uomo dalla folta capigliatura bianca che vi stava deponendo dei fiori appena raccolti.
Egli alzò lo sguardo non appena le sentì arrivare.
«Buon Ciclo del Sole, Signore» salutò Aura con tono cordiale aggiungendo subito dopo «Stiamo cercando un ragazzo che una volta abitava in quella casa laggiù» indicò con la mano «Sa dirmi, per caso, dove si è trasferito? Visto com’è ridotta la casa deve essere stata abbandonata da un bel po’.»
«Purtroppo i suoi abitanti sono morti da parecchi cicli. Sia i genitori che il ragazzo che state cercando. Hanno avuto un grave incidente con il carro e non si sono salvati. Queste che vedete qui sono le loro tombe» disse l’uomo con voce sommessa, indicando le tombe.
Aura trasalì all’udire la notizia e fissò attentamente i tumuli indicati dall’uomo; in effetti sulla semplice pietra levigata di uno di essi c’era inciso un nome: Adam_O’.
Non può essere vero! Me lo sentirei! Sentirei che la linfa vitale non scorre più in lui, pensò freneticamente Aura.
C’è qualcosa che non mi convince in tutta questa storia. Ma cosa?
Non esternò i suoi dubbi a Ev, ma le fece cenno di seguirla.
Anche Ev era visibilmente scossa.
«Vi ringrazio, Signore» disse Aura, accomiatandosi «E vi ringrazio per tutto ciò che avete fatto e fate per loro.»
«E’ stata poca cosa purtroppo» si schermì l’uomo «Ma ditemi, conoscevate bene Adam e la sua famiglia?» la interrogò con tono incuriosito.
«Sì» rispose Aura senza indugi «Eravamo molto… intimi, direi. La loro morte mi addolora molto.»
«Se volete riposare un po’ vi posso offrire l’ospitalità della mia casa. E’ poco distante da qui» si offrì l’uomo.
«Siete estremamente gentile… Signore?» chiese Aura.
«Nero. Semplicemente Nero» rispose lui.
«Grazie, Nero, ma purtroppo dobbiamo riprendere il nostro cammino. Si sta facendo tardi e noi dobbiamo percorrere ancora molta strada prima di cercare un posto dove poterci fermare» disse Aura gentilmente.
«Come volete, anche se mi dispiace. Non godo molto spesso di compagnia. Ma se siete decise a proseguire non vi trattengo oltre e vi auguro un buon cammino.»
Aura ed Ev, salutatolo, si allontanarono.
Non appena furono abbastanza distanti Aura mise a parte Ev delle sue perplessità.
«Voglio verificare che effettivamente ci sia il corpo di Adam lì sotto» disse «Ci fermeremo qui vicino e non appena il Ciclo del Sole lascerà il posto a quello delle Lune Gemelle proveremo a far luce su questo mistero!»
«Va bene, Aura» rispose Ev «E speriamo che i tuoi sospetti siano fondati, altrimenti vorrebbe dire che tutta questa nostra ricerca è stata vana!»
Aura scosse la testa poi le disse «Ora ci conviene cercare un posto dove poter riposare un po’.»
Aspettarono fino a quando si fece buio e solo allora lasciarono il loro nascondiglio, sicure di non essere viste.
Tornarono in quella che era stata la casa di Adam dove Ev in precedenza aveva notato degli attrezzi che assomigliavano a pale e vanghe.
In silenzio le recuperarono e si diressero a passo spedito verso la collina.
Portare alla luce la tomba di Adam si rivelò da subito un’impresa faticosa poiché la terra che la ricopriva si era già indurita.
Stavano quindi procedendo molto lentamente quando alla fine Aura si arrese e decise che non era rischioso evocare le Rune.
Con gesti sicuri disegnò innanzi a sé una Runa magica che divenne subito scintillante: si trattava della Runa della Terra.
La indirizzò verso la tomba di Adam e all’improvviso, nel buio di quel Ciclo delle Lune Gemelle, si levarono mulinelli di terra che iniziarono a depositarsi poco distanti formando via via una montagnola sempre più alta.
Ev osservò la scena con occhi sgranati. Le faceva quell’effetto vedere la  Fata della Terra all’opera. Era uno spettacolo maestoso.
Alla fine trovarono la semplice cassa di legno.
Si fissarono per un lungo istante negli occhi, entrambe timorose di ciò che ora avrebbero scoperto.
Il momento della verità era giunto.
Senza ulteriori indugi Aura utilizzò nuovamente le Rune magiche per scoperchiare la cassa di legno.
Trattennero entrambe il fiato fino a quando il coperchio non fu totalmente rimosso, poi guardarono dentro.
L’interno della cassa era vuoto.
Per un lungo istante furono incapaci di dire qualsiasi cosa. Erano troppo sollevate per parlare.
Finalmente Aura sorrise e rivolta a Ev esclamò «Avevo ragione! Me lo sentivo che Adam non poteva essere morto.»
«Umm!» mugugnò Ev non trovando parole adatte per descrivere la contentezza che provava in quel momento.
Da quando era venuta a conoscenza della presunta morte di Adam era stata invasa da una grande tristezza e da un profondo senso di fallimento poiché la sua presenza in quel luogo era strettamente collegata con la salvezza del ragazzo. Ora quindi si sentiva sollevata, un gran peso le era stato tolto dalle spalle.
Felice, sorrise ad Aura.
La Fata non perse altro tempo e utilizzò nuovamente le Rune per rimettere tutto a posto.
«Bene!» esclamò alla fine soddisfatta «Ora non ci resta che riporre questi attrezzi al loro posto e poi possiamo andare via.»
Detto ciò si allontanarono senza voltarsi indietro.
«Troveremo Adam. Me lo sento, Ev.»


CAPITOLO 10 - TORNÈRA

Aè stava volando ininterrottamente da oramai cinque cicli in modo da poter ridurre il più possibile la distanza che lo separava da Adam.
Il paesaggio sfrecciava via veloce in un turbinio di forme e colori indistinti, ma lui non ci faceva caso. Il tempo a sua disposizione era poco e doveva fare presto se voleva raggiungere il ragazzo in tempo.
Alla fine però cedette alla stanchezza e decise che doveva riposare almeno un po’.
Lo stava appunto facendo quando captò dei pensieri che lo fecero destare bruscamente.
Adam!
Doveva trattarsi proprio di lui.
Era la prima volta che riusciva a percepirlo e ciò voleva dire che era vicino.
Però il fatto di intercettare i suoi pensieri era decisamente pericoloso perché qualcun altro, se gli era abbastanza vicino, avrebbe potuto localizzarlo.
Aè sentì che il ragazzo era impaurito, ma poi improvvisamente si rese conto che i suoi pensieri stavano mutando. In breve tempo percepì solo dolore e rabbia uniti ad una forza inumana che prese il sopravvento su tutto.
Poi non sentì più nulla.
Spaventato si preparò a ripartire; doveva raggiungere Adam al più presto, prima che fosse troppo tardi per aiutarlo.
La  Mutazione stava progredendo ad un ritmo incalzante.
Doveva mettere al corrente Lòar della situazione.

In un altro posto, in un luogo dimenticato da tutti, in una torre cupa che svettava sinistra contro il cielo ancor più cupo, qualcuno attendeva.
Era da tanto che aspettava quel momento per poter uscire finalmente dall’ombra e dall’oblio in cui era stato gettato.
C’era stato un tempo, oramai lontano, in cui era stato potente e temuto, ma ora il suo nome non veniva più pronunciato con terrore e via via che il suo ricordo svaniva dal mondo lui perdeva sempre più potere.
«Tu sarai dimenticato e il tuo potere perduto» gli era stato predetto, ma lui non aveva prestato orecchio a tali parole e alla fine era stato sconfitto, imprigionato in quella torre e dimenticato. Ed anche se l’artefice della sua disfatta era morto, l’incantesimo che lo imprigionava lì non si era spezzato.
Ma presto questo stato di cose sarebbe finito. Presto sarebbe giunto il momento tanto atteso: il completo risveglio della Bestia.
Grazie al suo potere lui sarebbe tornato potente e il mondo avrebbe conosciuto nuovamente il suo nome. La sua vendetta sarebbe stata terribile.
Per la prima volta dopo molto tempo un ghigno, che voleva essere una sorta di sorriso, apparve sulle sue labbra.
Con impazienza chiamò Fath.
Poco dopo un grosso Girifalco Rosso[1] apparve sul davanzale della piccola finestra, unica apertura della torre verso l’esterno. La luce filtrava a fatica da essa, quasi riluttante ad entrare.
TorNèra, così si chiamava la torre, era infatti un luogo di tenebra.
Era antica come la stirpe magica che l’aveva edificata.
Era nata per scopo difensivo, ma poi inspiegabilmente era stata abbandonata dai suoi stessi costruttori.
Era stata riutilizzata solo dopo molto tempo per rinchiudervi lui, poi entrambi erano stati dimenticati.

La torre era protetta dal mondo esterno da fitte foreste inaccessibili, da nebbie impenetrabili e se non si conosceva l’esatta strada per raggiungerla era praticamente introvabile.
«Ci sono novità?» chiese lui impaziente non appena vide il grosso Girifalco Rosso «Hai intercettato il Gufo Bianco?» lo incalzò «Lo sai che non deve assolutamente raggiungere il ragazzo!»
«Lo so bene mio Signore, ma il Gufo è astuto e si nasconde alla mia vista. Lo sto ancora cercando, ma non penso che abbia già trovato…»
«Non mi interessa quello che pensi tu!» lo interruppe lui infuriato «A me serve la certezza, non semplici supposizioni. Il Gufo non deve in alcun modo trovarlo o tutto potrebbe essere compromesso. E non posso permetterlo!» poi dopo una breve pausa aggiunse con tono più calmo «Ho bisogno del potere della Bestia, devo possederlo. La Mutazione deve seguire il suo corso. Il Gufo non deve interferire, è chiaro?»
«Sì, mio Signore!»
«Vai allora e non tornare fino a quando non avrai trovato ed eliminato il Gufo Bianco!»
«Certamente mio Signore!»
L’istante successivo il Girifalco Rosso era già scomparso dalla sua vista.
Una presenza uscì all’improvviso dall’ombra che l’aveva celata fino a quel momento.
Lui la percepì ancor prima di sentirne la voce.
«Stai correndo un grosso rischio ad aspettare ancora. Sai bene che i Guardiani hanno aperto la Caccia.»
«Lo so, ma è un rischio che ho accettato di correre poiché se il Malvagico sopravvive alla Caccia, il potere della Bestia crescerà a dismisura, alimentato dall’odio e dalla paura scatenati dalla Caccia stessa. E noi due abbiamo bisogno di tutto quel potere, lo sai bene anche tu.»
«Pensi che Fath sarà in grado di portare a termine il compito che gli hai assegnato?»
«Deve!»
«Tu riponi molta fiducia in quel Girifalco, amico mio, ma stai attento… chi oggi ti serve domani ti si può rivoltare contro.»
«Cosa intendi dire? Hai forse qualche presentimento?»
«Per ora si tratta solo di una sensazione, ma se vuoi possiamo controllare subito.»
«Non occorre. Fath ha troppo da perdere. Sa cosa rischia se tenta di tradirmi.»
«Forse hai ragione tu e Fath non ti tradirà, ma sarà bene tenerlo d’occhio. Sai meglio di me che nulla va sottovalutato.»
«Sì, l’ho imparato a mie spese. Non ti preoccupare, starò attento.»

 
   
[1] Chiamato così per il colore rosso acceso del suo piumaggio.

 
LA SERIE
di Donata Milazzi

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Formato: 15x21 - pag. 320
Target: per tutti

In un Mondo Parallelo dove tutto ciò che credevi impossibile, diventa possibile, vive Adam, un ragazzo inconsapevole della propria natura.
Sa di essere diverso dagli altri, ma non immagina quanto, non sospetta che la sua diversità va ben oltre l’aspetto fisico, imponente e sgraziato.
Adam, infatti, è un Malvagico, un mezzosangue generato nella violenza. Una violenza che sta risvegliando la Bestia sopita dentro di lui.
Proprio per questo il Gran Consiglio dei Guardiani ha decretato l’estinzione della sua razza. Adam è l’ultimo e molti lo cercano, chi per ucciderlo, chi per impossessarsi del suo potere e chi invece per aiutarlo.
Inizia così il suo lungo cammino verso la salvezza, la fuga dal Mondo Parallelo, un’avventura mozzafiato che condurrà all'inevitabile scontro tra Bene e Male, ma anche a un legame profondo tra Adam ed Ev, una ragazza proveniente dalla nostra dimensione. Un legame che porterà il ragazzo a una nuova consapevolezza e a combattere contro la propria natura malvagia.
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di Donata Milazzi

Genere: Fantasy
Formato: 15x21 - pag. 246
Target: per tutti

In questo secondo libro della Saga di Iiisodàar, Ev, alla disperata ricerca del tamburo magico, scoprirà piano piano la magia dentro di sé. Crescerà e maturerà fino a quando sarà pronta ad accettare il suo destino di Sentinella, ma dovrà fare presto ed essere cauta, perché il tempo a disposizione di Adam sta per finire e i rischi sono molti. In un mondo non più governato dalla magia, tra antiche vestigia del passato, sassi e doline sparse per il brullo Carso, tra cielo, mare e pericoli si svolgono le nuove avventure dei nostri amici.
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